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Farfalla+fiore

December 2018

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Rosa rossa

Giornata della Memoria

Sotto il cut, un brano drammatico e sconvolgente tratto da La notte, libro scritto da Elie Wiesel. Leggete solo se non siete particolarmente impressionabili.

 

Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.

 

Tranne che una volta. L'Oberkapo del 52° commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri. Settecento detenuti lavoravano ai suoi ordini e tutti l'amavano come un fratello. Mai nessuno aveva ricevuto uno schiaffo dalla sua mano, un'ingiuria dalla sua bocca.

 

Aveva al suo servizio un ragazzino, un pipel, come li chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo. (A Buna i pipel erano odiati: spesso si mostravano più crudeli degli adulti. Ho visto un giorno uno di loro, di tredici anni, picchiare il padre perché non aveva fatto bene il letto. Mentre il vecchio piangeva sommessamente l'altro urlava: “Se non smetti subito di piangere non ti porterò più il pane. Capito?”. Ma il piccolo servitore dell'olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice).

 

Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto, la Gestapo concluse trattarsi di un sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell'Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi!

 

L'Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome.

Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si sentì più parlare.

 

Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo sotto tortura restò anche lui muto.

Allora le SS lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.

 

Un giorno, mentre tornavamo dal lavoro, vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell'appello: tre corvi neri. Appello. Le SS intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra di loro il piccolo pipel, l'angelo dagli occhi tristi.

Le SS sembravano preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L'ombra della forca lo copriva.

 

Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre SS lo sostituirono.

I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.

- Viva la libertà! - gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

- Dov'è il buon Dio? Dov'è? - domando qualcuno dietro di me.

A un cenno del capo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.

- Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.

- Copritevi!

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora...

Più di una mezz'ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi.

Dietro di me udii il solito uomo domandare:

- Dov'è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

- Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca...

Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.

 

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