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Farfalla+fiore

December 2018

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notti d'africa

[ER] - Notti d'Africa - Capitolo 7

C'è il sole! E io son qui a pensare ai vampiri...

Nota relativa a Notti d'Africa: negli anni in cui la storia è ambientata, diciamo il 2003, i ribelli Mai Mai erano contro le truppe governative. Apparentemente, oggi, sono alleati ai governativi.
Ma procediamo.


 

7.

 

Fu risvegliato da uno strano calore che proveniva dalla sua destra. Era strano, perché, nonostante continuasse a piovere, quel caldo gli ricordava qualcosa di secco ed asciutto. Aprì gli occhi e fissò stupito davanti a sé. Fiamme. Alte fiamme gialle e rosse che danzavano davanti ai suoi occhi increduli, beffandosi della pioggia che non riusciva nemmeno ad indebolirle. Sotto il fuoco, bruciavano, accartocciandosi sempre più, i resti della jeep, ora ridotta ad uno scuro scheletro malformato.

 

La jeep, i medicinali, oddio, oddio, oddio sono solo, solo nella giungla, mi hanno abbandonato, come faro? Ma poi si scosse: non era solo. Da qualche parte doveva esserci anche Luka. Non erano forse partiti insieme quella mattina?

 

Luka.

 

Ma c’era qualcosa di dissonante che avvicinava il suo pensiero a Luka. Non riusciva a ricordare il perché, è lo shock, ma l’immagine di Luka non appariva nitida. E poi, dov’era? Perché non parlava? Luka. Non riusciva proprio a ricordare. Si girò a destra e sinistra, sorvolando quello che sembrava un cumulo di panni sporchi. Ma dov’è? All’improvviso si arrabbiò, lo shock sommerso da quel nuovo sentimento: anche lui mi ha lasciato qui! Se n’è andato! Ah, facile così, io qui come un cretino e lui magari già in salvo… si vede che tra i soldati c’era una qualche prigioniera carina… è proprio vero, non ci si può fidare di lui. E pensa a quante notti l’ho ascoltato e pensa…

 

… pensa… pensa. Realtà. E immagini. Nitide adesso, come un film che scorre veloce. Il calcio del fucile lucente sotto la pioggia. Luka voltato verso di lui, con un sollievo impercettibile sul viso. Il fucile sollevato verso l’alto dal soldato ed indirizzato contro il volto di Luka. Guizzo di muscoli scuri e bagnati. Bicipiti forti e aggressivi. Bicipiti allenati a fare il loro lavoro. Luka che spariva a terra. Fango. Sangue. Pioggia. Paura. Pensieri di morte. Terrore. Terrore bianco. Il sangue di Luka. Troppo. E troppo rosso. E adesso le fiamme brucianti e quella maledetta pioggia. Pensa John, visualizza. E a un tratto, il cumulo di stracci che prende forma. Luka.

 

Carter si alzò, cercando di stare più lontano possibile dalla jeep, solo in parte cosciente che avrebbe dovuto allontanarsi da lì velocemente. Si piegò sul corpo dell’amico, che giaceva in posizione fetale. Carter lo girò per guardarlo meglio e rimase stupito dal movimento della sua testa, quasi come se il collo avesse perso tutti i suoi muscoli e non potesse reggerne il peso. Si inginocchiò accanto a lui, le fiamme calde alle spalle. Agisci da medico. Lo scosse piano.

 

“Luka…?”, un sussurro tremante. Come posso pretendere che mi abbia sentito?

 

“Luka”. Ora va meglio. Ci manca solo che mi metta a implorarlo e mi faccia prendere ulteriormente dal panico.

 

L’altro gemette e tossicchiò. Cercò di aprire gli occhi. Carter spostò lo sguardo sulla ferita: il sangue continuava a uscire e i lembi di pelle era coperti di fango. L’abrasione era circoscritta, ma cominciava già a gonfiarsi. Tra poco, Luka avrebbe faticato a tenere aperto l’occhio.

 

“Cosa… successo?”, ora gli occhi erano ben aperti e Carter tentò di capire se Luka riusciva a mettere a fuoco.

 

“Sono io, John. Stai tranquillo. Come ti senti?”

 

L’altro lo guardò. Bene. “Mi fa male la… testa… mi rimbomba tutto e…”, girò la testa e chiuse gli occhi. La pioggia, certo. Non è che gli farà bene prenderla tutta in faccia.

 

“Luka, dobbiamo spostarci. Non è sicuro stare qui ai bordi della strada. E poi, la jeep brucia e potrebbe esplodere. Ce la fai ad alzarti?”. Domanda stupida: comunque avrebbe dovuto farlo. Carter sperò che non si appoggiasse completamente a lui. Non avrebbe potuto sostenerlo. Anche se alto e in forma non poteva competere coi 193 centimetri di Luka.

 

“Posso provare… dammi la mano”, nello sforzo tossì ancora e non poté fare a meno di trattenere una smorfia di dolore. Lentamente si mise sulle ginocchia. Carter lo sostenne, lasciandogli appoggiare la testa sulla spalla. Sentiva il sangue caldo passargli attraverso la camicia, devo fermare l’emorragia presto. Carter si alzò sollevando anche Luka. Una volta in piedi, controllò di nuovo il suo stato: sembrava quasi tremare e le ginocchia non erano per niente in forze. Gli guardò il viso: era bagnato per la pioggia, ma John sapeva che era anche sudore. Sta andando in shock. Devo impedirglielo.

 

Non fece in tempo a parlare. “Carter?”, la voce era flebilissima e lontana. Gli tremavano le labbra, “devo vomitare…”. Carter posizionò una mano sullo stomaco di Luka e l’altra sulla fronte. Guardò il vomito di Luka. Era qualcosa di bianco e acido, liquidi gastrici, probabilmente. Alla fine, Luka tossì ancora e rimase tra le braccia di Carter come una bambola di pezza. John capì che stava riprendendo fiato. Si sarebbero mossi. Infatti dopo un attimo Luka riuscì a sollevarsi e Carter gli passò un braccio intorno alla vita. Camminarono fino agli alberi vicini. Il percorso sembrava lunghissimo e impossibile. La pioggia sembrava un diluvio imbattibile, ma Luka continuava, nonostante il dolore, la nausea, e il fatto che le sue gambe non volessero in alcun modo rispondergli.

 

Tra gli alberi, si lasciò scivolare contro un tronco. La vegetazione era molto fitta e offriva una qualche protezione contro la pioggia. Carter gli sollevò il viso. Aveva ragione: la tumefazione aveva raggiunto l’occhio che era diventato di un bel blu tendente al viola.

 

“Bisogna pulire la ferita e fermare l’emorragia”

 

“Ti stai riprendendo alla svelta, eh?”

 

“Sarà che sono lontano dalla pioggia…”

 

“Come stai?”

 

“Rimbomba tutto, mi fa male la testa come se qualcuno la stesse trapanando, ma penso che sopravviverò…”.

   

Carter sorrise. Gli faceva piacere che Luka fosse tornato un po’ in sé, ma se rimaniamo troppo sotto questa pioggia, senza aiuto, con quel trauma cranico, senza cibo… non voleva arrivare a fondo del suo pensiero.

 

“Carter… ti dico che ce la farò. E sai una cosa? Anche tu ce la farai”, e incredibilmente sorrise.

 

Fantastico.

Comments

Grazie per l'"ottimo capitolo".
Che dire? Almeno c'è l'umano John.