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Farfalla+fiore

July 2017

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CSI: NY

[CSI: NY] - Dov'eri quando il mondo cessò? - Capitolo 26: Dov'eri quando il mondo cessò?

26. Dov'eri quando il mondo cessò?

Era strano, come agli occhi dei meno coinvolti, i corridoi degli ospedali e le stazioni di polizia sembrassero tutti uguali. Jess, in verità, sapeva che non era così. Avrebbe potuto identificare da un minimo dettaglio ogni signolo distretto in cui aveva lavorato, da quello in Jersey dove aveva iniziato la sua carriera a quello di Manhattan dove aveva conosciuto Flack. Nonostante la situazione le venne da sorridere: un sorriso ironico e tinto di amarezza. Sono finita a lavorare al Dodicesimo solo perché serviva qualcuno abile a smaltire le scartoffie mentre un certo detective recuperava dopo un'esplosione. Scosse la testa, cercando di maledire Don, il suo vecchio Capitano, suo padre così orgoglioso del trasferimento ed il destino, ma fallì miseramente: aver conosciuto Flack era stata senz'altro la cosa migliore che potesse mai capitarle.

Si guardò intorno, certa che, in qualunque futuro le sarebbe stato dato, non si sarebbe mai dimenticata di quelle pareti bianche, del linoleum verdastro che faceva risuonare in modo strano gli zoccoli dei medici, e delle sedie di plastica rossa allineate e pronte ad accogliere corpi stanchi come il suo. Davanti alla fila di sedie c'era una finestra: dal vetro, non pulitissimo ad esser sinceri, si poteva vedere un'altra ala dell'edificio. Nemmeno di quello si sarebbe dimenticata. Cercò di pensare al suo viaggio in ospedale, poco dopo la sparatoria da Tillery's , per vedere se ricordava qualcosa di concreto, ma le venne solo in mente la voce di Flack e le sua braccia che la stringevano mentre sanguinava sul sedile dell'auto di servizio. Chiuse un secondo gli occhi, certa che si sarebbe ricordata di più, ma le si materializzò l'immagine dell'interno dell'ambulanza che li aveva condotti lì, e le labbra cianotiche di Don, macchiate in maniera terribile da sangue troppo rosso. Jess era sempre stata una persona credente: sospirando e senza aprire gli occhi, avvicinò le mani giunte alle labbra e cominciò a pregare a bassa voce.

Stella sapeva che avrebbe dovuto controllare Danny. Lo guardava con la coda dell'occhio aggirarsi come un leone in gabbia nella stanza d'ospedale di Sal Ginzburg. Stava per esplodere, lo sapeva. Lo conosceva, conosceva il suo lato impulsivo e passionale. Ma non poteva. Si sentiva come anestetizzata. Una parte della sua mente cercava di formulare un ordine di domande da fare a Ginzburg e l'altra parte cercava di non impazzire. Non riusciva a credere che, al piano superiore, uno dei suoi più cari amici stava subendo un complicato intervento chirurgico. Non poteva credere che tutto il sangue al magazzino fosse il suo. Eppure Stella fai questo lavoro da anni, sai cosa vi può succedere e Flack non è mai stato immune. Ma proprio perché, in un certo senso, lui aveva già pagato la cosa le sembrava più assurda. Non si meritava un finale da e vissero tutti felici e contenti? Se lo portavano via a lui, come avrebbero fatto tutti loro?

Sospirò: "Allora, signor Ginzburg, non ha problemi ad ammettere gli omicidi..."

"Non sono esattamente omicidi...", l'uomo commentò con stanchezza. Era uscito da poco dalla sala operatoria ed una fasciatura bianca gli teneva bloccata la spalla destra.

"Certo. Uccidere una persona non è un omicidio. Bella linea di difesa, genio...", Danny, trattenendo a stento la rabbia.

"Io davo loro una possibilità. Reagisci, o pagherai la tua debolezza. Li sentivo pieni di angoscia al telefono, ed io sapevo cosa stavano provando. Avevano bisogno di una scossa che li aiutasse a cambiare. Il primo tizio, Burton, ha chiamato proprio il giorno dell'anniversario della morte della mia Corey e lì ho capito: avevo una missione. Volevo aiutarli..."

Danny scosse la testa: "Stronzate. Sei solo un assassino schifoso"

"Danny...", l'ammonimento di Stella lo zittì. Lui uscì dalla stanza con impeto, ribaltatando una sedia. Pochi secondi dopo, di lui non c'era più ombra.

La donna alzò gli occhi al cielo e proseguì con le domande.

Hawkes continuava a fissare il pavimento, atterrito. Non era molto professionale e lo rendeva un poliziotto ed anche un medico inadeguato. Perché non era la prima volta che aveva a che fare col sangue - e non sarebbe stata l'ultima - ma in quel momento era come un novellino di fronte alla sua prima scena cruenta. Pochi secondi prima che i paramedici chiudessero con urgenza i portelloni dell'ambulanza, Sheldon aveva rubato un ultimo sguardo al corpo che giaceva sulla barella. Flack aveva gli occhi chiusi, la pelle pallida e lucida di sudore, le labbra violacee e le dita che si contraevano lentamente cercando di stringere chissà cosa. L'unica nota di colore e di vitalità era la macchia rossa - due, in verità, ma che si erano unite in una sola - che faceva bella mostra di sé sulla sua camicia chiara. Hawkes sapeva che se non avesse indossato il giubbotto non ci sarebbe stata nessuna corsa in ospedale, ma semplicemente una consegna all'obitorio, ma il sangue sul pavimento, quella pozza scura e densa, non lo aiutava ad essere ottimista.

"Sheldon, hai raccolto i bossoli?"

L'uomo trasalì, colto di sorpresa e si girò a guardare il capo. Mac sembrava stanco, ma nei suoi occhi leggeva la solita determinazione. Ed un'ombra di collera: non avrebbe permesso che Ginzburg se la cavasse, magari utilizzando qualche scappatoia creativa.

"Sì... ce n'è un sacco. E proiettili, anche...", esclusi quei due che Flack si è portato via con sé.

"Lo so. Finiamo qui rapidamente, poi puoi andare in ospedale se vuoi"

"Tu non...?"

Mac non disse nulla. Non era un medico, ma aveva visto più di una persona in punto di morte. Flack ne aveva affrontate tante - forse troppe - e sicuramente era uno che non si arrendeva facilmente, ma Mac non voleva cedere a troppe false illusioni. Nella sua mente, si vedeva già ad andare in centrale, avvisare il Capitano e poi i genitori di Don. non sapeva bene il perché, ma era una cosa che - se necessario - avrebbe voluto fare lui. Ti copro le spalle, ragazzo. Come tu hai sempre fatto con me. Mac deglutì per allontanare un fastidioso groppo: c'erano certe cose che non si potevano esprimere bene a parole.

Adam era tutto sommato contento. Avevano il colpevole e lo stavano andando a prendere. Era una cosa che avevano fatto un milione di volte, almeno. A Ross non dispiaceva essere lasciato in laboratorio: non era un uomo d'azione, un super polizotto alla Flack. Gli piaceva starsene davanti ai suoi computer ed iniziare ad archiviare le informazioni che non servivano più. Muovendo la testa al ritmo della musica che gli auricolari gli sparavano nelle orecchie buttò un breve sguardo al suo cellulare. Trasalì leggermente: tre chiamate perse da Danny? Un brivido gli corse lungo la schiena. Si tolse le cuffiette rapidamente, con un gesto nervoso, e fece partire la chiamata. Danny rispose quasi immediatamente e, mentre gli spiegava la situazione, Adam cominciò a pensare a Samantha. Sapeva che avrebbe dovuto avvisarla lui, ma non sapeva come fare.

"Danny... Sam..."

L'altro sospirò, di fronte all'ennesimo dramma che si stava delineando: "Non dirle nulla, per ora. Quando l'operazione sarà terminata la chiamerai con notizie più precise. È inutile farla piombare qui in ospedale adesso, ci potrebbe volere ancora molto tempo"

"Ok... chiamami il prima possibile"

A telefonata conclusa, Adam pensò che il consiglio di Danny era azzeccato. Flack non avrebbe voluto la sorella - sotto certi aspetti ancora così fragile - ad attendere angosciata fuori dalla sala operatoria. Era un'attesa che poteva solo creare scenari mentali disastrosi. Meglio procedere subito coi fatti.

Lindsay entrò per l'ennesima volta nella stanza di Lucy. La bambina dormiva tranquilla, stretta al peluche regalo dello zio Flack, eppure la donna non riusciva a scacciare la sensazione che qualcosa non stesse andando bene. Non aveva ancora avuto notizie relative alla cattura di Ginzburg e cominciava a preoccuparsi. Sapeva che avrebbe dovuto aspettare la telefonata di suo marito - era un accordo loro - ma non riusciva a darsi pace. Armeggiò col telefonino, ancora un po' titubante, ma poi compose il numero.

"Messer", evidentemente lui non stava guardando chi era il chiamante.

"Danny, sono io. Tutto ok?"

Lunghissimo sospiro, seguito da qualche attimo di silenzio: "C'è stata una sparatoria e quel bastardo ha colpito Flack. Siamo in ospedale, lo stanno operando"

La salivazione di Lindsay si ridusse istantaneamente a zero: "E Jess?"

"È qui con me. Ti richiamo io"

"Va bene. Mi dispiace, piccolo", Lindsay aggangiò e rimase ad osservare il telefono come se si trovasse di fronte ad un mostro orribile. Non poteva credere a quanto successo: non il suo migliore amico, no, ti prego...

Sid chiuse l'ultimo corpo all'interno della cella frigorifera. Il suo turno era finito e avrebbe potuto tornarsene a casa, ma qualcosa lo tratteneva. Decise di sedersi alla scrivania d'angolo per rileggere le note post autoptiche e controllare che tutto fosse apposto. Mentre scorreva il testo pensò improvvisamente a Flack, al modo in cui avrebbe commentato il fatto che, invece di andarsene a casa a godersi la vita, preferiva rintanarsi in obitorio. Il dottore scosse la testa: doveva essere stanco se sentiva rimbombare nel cervello la voce strafottente del detective. Era da qualche giorno che non parlava un po' seriamente con lui - dall'autopsia della prima vittima del caso Ginzburg, a ben pensarci - e, fatto strano, provò una stilettata di nostalgia. Chiuse brevemente gli occhi, poi si concentrò nuovamente sulla pratica che aveva sottomano.

"Tempo fa mi ha regalato un CD masterizzato da lui. Io gli ho chiesto se, sotto l'aspetto del duro detective, ci fosse un quattordicenne alla prima cotta...", la voce di Jess suonava monotona e triste. Guardava davanti a sé, fuori dalla finestra.

Danny sorrise mestamente, stringendole una spalla.

"Lui non ha risposto ed io ho ascoltato il CD: contiene solo canzoni che hanno nel titolo o nel testo la parola angelo. Alla quinta canzone l'ho guardato: se ne stava seduto sul divano. Non cercava nemmeno di nascondere che la cosa lo divertiva moltissimo", la sua voce tremò pericolosamente, "Ha migliorato la mia vita quando pensavo che fosse già tutto perfetto. Cosa faccio se...?", abbassò la testa e si prese il volto tra le mani.

Danny non disse nulla, non c'era nulla da dire, in effetti. Si girò verso la porta del blocco operatorio e vide un medico camminare lentamente verso di loro. Messer ed Angell si alzarono contemporaneamente, come se avessero fatto delle prove precedenti. Danny guardò il dottore fisso negli occhi, cercando di leggere la risposta di cu aveva bisogno. Quello che vide non gli piacque, ma decise di sperare. E di illudersi, anche se solo per pochi secondi.

Il trillo del cellulare di Mac disturbò il silenzio teso del capannone. L'uomo lanciò una breve occhiata allo schermo e poi rispose. Hawkes, a pochi passi di lui, ne studiò le reazioni con attenzione. Non si preoccupò per nulla quando non lo sentì parlare - d'altronde era Mac, non il ciarliero Danny -, ma cominciò a sentire lo stomaco attorcigliarsi quando il suo capo impallidì, abbassando il capo. Nel momento in cui Taylor chiuse gli occhi incurvando le spalle, Hawkes fu scosso da un tremito: sai una cosa, amico mio? Se servisse a riaverti qui, non cercherei più di stressarti con la differenza tra DNA e RNA...

Comments

AUGURI!

Io non seguo C.S.I New York quindi non commento ma, volevo farti gli auguri così, approfitto di questo post...
AUGURI!!!! Sretan rođendan!!! Happy Birthday!!!Feliz Cumpleaños Angela#1

Re: AUGURI!

Grazie! Hvala! Thank you! Gracias! :)