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[ER] - Ritorno - Capitolo 10

Sapete cosa mi da' veramente fastidio nelle fiction? I nomi dei protagonisti perennemente sbagliati. Cavolo, ma se vuoi scrivere una storia su un fandom che, presumibilmente, ti piace, non ti puoi sbattere quei dieci secondi per capire come si scrivono i nomi dei personaggi? Puoi anche aver scritto la più bella storia del mondo, ma se, alla terza riga, hai sbagliato tutti i nomi, io smetto di leggere. 

Cambiando argomento: è da poco passato il quarto compleanno di Tin. Tanti auguri in ritardo!

E torniamo a Ritorno. (mhhh... ripetizioni...). Ah sì, in Ritorno la "faccenda-Ames" non è successa. Ma potevo, io, evitare di far soffrire Luka? A Vukovar, per di più?

 

10.

 

Sta urlando. A pieni polmoni.

 

***

È un buon segno, no? Vuol dire che sta bene...”

Speranzosa, Abby. Strano, però, non è mai stata troppo ottimista. Sarà la maternità.

Beh, se continua a strillare così, lo dimettiamo il prima possibile”

Sorrisi.

***

 

Urla. Ed urla ancora. Da chiedersi da dove prenda tutto quell’ossigeno. Nessuno può sentire. Nessuno può aiutare. È solo, disperatamente solo. Ma non l’ha forse voluto lui?

Cerca di muoversi, ora, l’urlo appena affievolito, nient’altro che un gemito di sofferenza, ormai.

 

***

Sembra si stia calmando...”

Speriamo. È più di un’ora che lo sto cullando... e se penso che Jasna si addormentava subito...”

Beh, Marko ha il suo bel caratterino”

Sì, proprio come il suo papà”

Sguardi. Le labbra disegnano un sorriso appena accennato.

Amore.

Affetto.

Comprensione.

Ed orgoglio.

Il suo bambino. Il suo carattere. Chissà quando sarà adolescente.

***

 

Un respiro profondo. Un altro ancora. Non deve pensare al dolore. Respira ancora. Il male serpeggia nelle sue dita. Dolore acuto e pulsante lungo le sue dita affusolate di medico. Perfette. E precise.

Apre gli occhi, il respiro ancora affrettato. Lo stomaco si sta contraendo, sente il sudore imperlargli la fronte. Gli trema la mano.

La solleva, una smorfia sul viso pallido. Sulle dita, all’altezza delle falangi, l’impronta come di tatuaggio, dell’anta di legno/metallo della finestra. La pelle è lacerata e tumefatta. Chiazze rosse e violacee stanno sbocciando come fiori tropicali.

Che stupido è stato. Lo sapeva che quella finestra era pericolosa, già qualche giorno prima aveva rischiato le dita. Ma quel pomeriggio, senza riflettere, ci si era appoggiato e – BAM – dita schiacciate. Stupido, stupido e ancora stupido.

Si alza piano e va in bagno. Apre il rubinetto con la mano sinistra, solo leggermente conscio di farlo con leggera fatica. Acqua gelata. Un lieve sollievo. Fissa ancora la mano. Sta ancora pulsando. E fa male. Fa male davvero.

Non ci voleva proprio. Dove lo trova il coraggio di andare da un medico? Dove lo trova il coraggio di spiegare? Spiegare che è stato un incidente, ma forse chissà, quella finestra ed il desiderio inconscio di sentire qualcosa, foss’anche dolore fisico, per sfuggire, solo per un attimo, al dolore mentale e psicologico di quei giorni a Vukovar? Dove trova il coraggio e la forza di sottoporsi ad esami, radiografie e consigli medici? Dove, quando vorrebbe dire tornare in quell’ospedale e sentire ancora il peso freddo di quella targa lucida?

Continua a fissarsi la mano, cercando una qualunque soluzione razionale. Mano destra tumefatta e dolorante. E lui non è mancino, per niente.

 

***

Un giorno mi spiegherai come può uno che fa il medico, ed in teoria dovrebbe avere una buona manualità, a essere così impedito con la mano sinistra”, glielo dice fissandolo divertita, Abby, mentre lui continua a lottare con la confezione chiusa.

Vuoi forse negare che la cosa ti affascina?”, sta flirtando spudoratamente. Come se lei non avesse già ceduto mesi - no, anni - addietro. Nonostante tutto, si sente arrossire. Il tono che lui ha usato: ora lei non può fare a meno di pensare cosa non riesce a fare Luka con la mano sinistra, nel cuore della notte, quando tutti, a parte loro due ovviamente, stanno dormendo.

***

 

Chiude il rubinetto con la stessa fatica con cui l'ha aperto. Deve letteralmente obbligarsi a non usare la mano destra.

Torna al letto. Come sempre, Vukovar è lì fuori. Inizia quasi ad affezionarsi al suo profilo grigio e terra bruciata.

Prova a piegare piano le dita. Brutta mossa, brutta davvero, quando anche solo l’idea del movimento fa storcere la bocca in un ghigno di dolore. Il cervello che dice quello che il fisico sta per scoprire: è rotta, amico, le tue belle dita momentaneamente in vacanza. Ci si vede tra una quarantina i giorni.

E adesso? Lo sa, Luka, cosa deve fare. Si vede anche mentre lo fa, ma non riesce a farlo.

Lacrime di frustrazione scendono sulle sue guance. Si detesta. Ma l’ha voluto lui. E adesso la mano, ulteriore punizione. Ha mollato loro sotto le macerie, ha mollato suo padre, la sua famiglia, gli amici, i mille ospedali dove ha lavorato, ha mollato la sua vita in più di un’occasione, ha mollato Patrique in Congo in un certo senso, lasciandolo solo di fronte ad un destino che poteva evitare, ma soprattutto

ha

mollato

Abby

a Chicago

E Joe, piccolo innocente, con lei.

È un mostro, non merita di essere felice, merita solo dolore e dolore e dolore.

Sa cosa deve fare, ma non lo farà.

Raziocinio addio.

Si stende sul letto, la mano un’appendice dolorosa di carne viva a sud delle sue orecchie.

Chiude gli occhi e ne ascolta le frequenze disturbanti che colpiscono il suo cervello.

Lì, non si muoverà.

Dolore, tutto ciò che si merita.

 




Tags: b-day, character: luka kovac, fandom: er, long fic, long fic: ritorno, my pov, pairing: luby, ricorrenze
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