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[ER] - Ritorno - Capitolo 07

Bonjour!
Allora, oggi primo giorno del nuovo lavoro. È stato un po' strano, se devo essere sincera. Però almeno non devo litigare con una serratura durissima... ah, certo, i capi sono molto meglio qui. Ma vi terrò aggiornati con le mie (dis)avventure.
Poi, se Abby esistesse, oggi sarebbe il suo compleanno, quindi: tanti auguri dottoressa Lockhart!
Lei invece esiste davvero e ieri era il suo compleanno. Perciò, anche se con un giorno di ritardo: happy birthday, framasi1965 ! Il mio regalo è questo capitolo, anche se è particolarmente triste e deprimente. Ma fingi che sia allegro, te lo chiedo per favore.
A proposito del capitolo: gli ex colleghi di Luka sono tutti miei! Evviva!
Buona lettura!

7.

Neka mu Dragi Bog

da da spava

na krilu andela”

Lo sapeva. Ma non ci può credere. Non è semplicemente possibile. Tra tutte le mille frasi esistenti proprio quella. L’unica che per lui ha avuto significato.

Ricordi, ricordi. Vukovar a Chicago e Chicago a Vukovar. Ospedali e colleghi che si assomigliano. La vita è un cerchio. Tutto si ripete. Sempre.


 

***

Non dovremmo dire qualcosa?”

Locale allegro, cocktails assurdamente variopinti. Il suo è di un verde abbagliante.

Le persone sedute a quel tavolo non ridono e non scherzano.

Le persone sedute a quel tavolo hanno la tristezza come compagna.

La tristezza. E Mark.

Mark, che ci aveva creduto.

Mark, che aveva una nuova vita felice.

Mark, unica vera anima del Pronto Soccorso.

Mark, unico e vero dolce principe del Pronto Soccorso.

Silenzio.

E poi Luka. E la sua voce, che arriva da lontano.

Neka mu Dragi Bog da da spava na krilu andela”

Amleto, alla fine. E perché no?

***


 

E ora, ancora.

Anni dopo la stessa frase, ma ricordi diversi.

Tocca la targa. È fredda, senza vita. I nomi incisi si imprimono nel suo palmo, nel suo cuore. Scorre veloce la lista. Non vuole leggere. Leggere è come ammettere. Ma non è forse lì per quello?

Dusan Kovacevic, medico.

Dusan, eternamente serio e composto. Dusan, che non scherzava mai.

Valerija Kostelic, medico.

Che sorriso, Valerija. Luminoso come i riflessi di luce sul mare. Valerjia, da sempre innamorata di Dusan.

Sanija Simic, medico.

Sanija, la lunatica. Sanija, capace di mandarti a quel paese per un nonnulla.

Janko Pavic, medico.

Janko, il primario. Janko, con gli occhi paterni e la voce sempre calma. Janko, che lo amava come un figlio. Janko, che gli ha salvato la vita.

Ratko Savic, medico.

Ratko, il pigro. Ratko, che quando c’era bisogno di lui non lo trovavi mai. Ratko, e le scommesse sulle partite di calcio.

Lavinija Mesic, infermiera.

Lavinija, l’intelligente e arguta. Lavinija, la sensibile. Lavinija, con cui era facile parlare di tutto e di più.

Nina Boban, infermiera. Nina, la ritardataria. Nina, sempre di corsa per i corridoi. Nina, talmente timida da passare inosservata.

E poi altri nomi, tutti gli altri, impressi per sempre nel metallo lucido. Nomi che hanno avuto una faccia, nomi che parlavano, ridevano, interagivano con lui. Mesi passati con loro, mesi, a parlare del futuro. E ora, il loro futuro non è altro che una targa fredda. Una targa, e qualcuno che si ricorda di loro. Qualcuno che può associare quei nomi a sorrisi, voci e gesti. Qualcuno. Luka. È irreale, Luka, mentre appoggia la fronte sulla mano sinistra, mentre con la destra continua a toccare la targa e piange, singhiozzando, il corpo scosso, per quei nomi, quei nomi che per lui hanno anche un significato. Nomi di persone che Vukovar si è inghiottita, fredda città senza cuore.

Non sa quanto tempo se ne sta così, a salutare quei nomi, a rendergli omaggio, ma sente che loro gli stanno rispondendo, sente le loro voci, come se niente fosse mai successo.


 

***

Certo che ogni anno con gli studenti siamo messi bene”, tono ironico, Sanija. Non le va mai bene niente.

Certo che tu sei sempre ottimista”, Valerija, che vede sempre il lato positivo.

Che state guardando?”, Ratko, caduto dalle nuvole come suo solito.

I nuovi studenti”

Oddio, ma se dobbiamo ancora riprenderci dal duo Kovac – Kovacevic dello scorso anno!”

A me Luka non dispiace”

Eh già Lavinija, come darti torto? Luka non dispiace mai”, Sanija.

Nina, dal suo angolo, arrossisce senza riuscire a dire nulla.

Però, dai, anche Dusan...”

Certo, Valerija, certo”

Ragazzi, capisco che in un certo senso è divertente prendersi gioco degli ultimi arrivati, ma che ne direste di andare a lavorare?”, il dottor Pavic, come sempre, a riportare l’ordine. Non è arrabbiato, vuole bene ai suoi ragazzi. Lui, senza figli, ne ha trovati un bel po’ in quell’ospedale. “Nina, vai ad aiutare il drottor Kovac in sala suture, per piacere”

Lo sapevo. Quella Nina... fa la timidina, così le capitano sempre le occasioni migliori...”

Sanija, non cambi mai...”

***


 

Piange Luka. Piange per quelle chiacchiere senza senso, perché nessuno sapeva che cosa li aspettava, perché ridere e scherzare era tutto ciò che aveva un senso. Perché la vita, allora, era bella e facile, perché se avessero saputo, se avessero saputo...

Ma forse è stato meglio così. È stato sicuramente meglio immaginarsi un futuro, una famiglia, dei figli, viaggi, amori, passioni, immaginarsi la vita.


 

***

E tra 10 anni, come ti vedi tra 10 anni?”

Felice”

Felice”

Realizzato”

Felice”

Con moglie e figli”

Innamorata e ricambiata”

Felice”

***


 

Già, felice, com’era semplice. Felice. Tra le mille opzioni disponibili, nessuno aveva scelto morto. Morto. Morto in modo assurdo, imprevedibile. Morto, tra atroci sofferenze. Morto, per la propria etnia. Morto.

Luka si lascia scivolare a terra, in ginocchio, di fronte a quella targa. È ancora fredda sotto il suo palmo, e il suo freddo si sta trasferendo nel suo corpo. Freddo mortale, freddo tombale. Freddo di persone che non potranno mai più scaldarsi.

Le lacrime continuano a scendere, le spalle scosse da singhiozzi rumorosi.

Una mano sulla sua spalla. Il medico di prima, quello che sa:

Tieni”, una semplice candela bianca, sottile, la cera un po’ rovinata e consumata. Il porta candela scuro contrasta il candore della cera.

Gli trema la mano mentre appoggia la candela a terra, proprio davanti alla targa.

Fiammifero, fiammella azzurrina. Lo stoppino si accende subito, come se non avesse aspettato altro. La fiamma danza leggera di fronte ai suoi occhi. Gialla, rossa. Fiamma viva. Sulla targa, bagliori caldi.

È finita”

Gli occhi chiusi, gli ultimi singhiozzi a scuotere la sua gola. Breve cenno del capo. Inesorabilità. Fine. Destino.

Dovevi voler loro molto bene. Di sicuro, loro ne volevano a te”

Si gira indietro, Luka, gli occhi verde-mare ancora bagnati di lacrime. È incredulo. Quel medico sa troppe cose.

Saranno contenti, ora che li hai salutati, ora che hai detto loro addio”

Silenzio.

Il medico accenna un sorriso, le labbra rivolte appena all’insù.

I tuoi occhi... c’è il destino lì dentro. E, anche se per te non ha senso, per me ce l’ha. E ce l’ha anche per Vukovar”

Si allontana, il passo leggero.

Luka si alza a fatica. Fissa la candela e poi ancora i nomi. Sente ancora le loro risate.

Sollevato è troppo per descrivere come si sente, ma forse inizia a sentirsi meglio. Forse si è aggiudicato il primo round.

 

Tags: character: luka kovac, fandom: er, long fic, long fic: ritorno, my job, pairing: luby, ricorrenze
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