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[ER] - Ritorno - Capitolo 06

In questo capitolo si parla di coraggio. È quello che devo trovare anch'io.
Buona lettura.

 

6.

 

Le porte automatiche si aprono e si chiudono. Sono nuove, moderne, con un bel plexiglas trasparente e pulito.

Aperte. Chiuse. Perfettamente funzionanti. La visione è disturbante, stridente rispetto a quello che si immaginava. Ma perché no? Gli anni passano, le cose cambiano, si dimenticano. La modernità avanza. Il problema è lui. Lui e sempre lui. Intrappolato.

Aperte. Chiuse.

Persone vanno e vengono, in un certo senso leggere nella loro preoccupazione. Le persone dimenticano, rimuovono, non c’erano.

Aperte. Chiuse. Ipnotizzanti.

 

***

BOOOOMMM!!

Cazzo, questa era davvero vicina”

Ma non lo sanno che questo è un ospedale?”, tono arrabbiato, offeso.

Lo sanno, lo sanno”. Luka. Il suo tono, invece, è amaro. Consapevole.

Dottore può venire?”

Corsa frenetica attraverso il corridoio. Slalom tra barelle. Uomo sofferente, addome aperto, sangue. Plic, plic, gocce sul pavimento.

Ci vorrebbe qualcosa che non c’è. Ci vorrebbe un miracolo.

Ok, proviamo almeno a stabilizzarlo”, voce già sconfitta. Sull’anulare dell’uomo brilla una fede d’oro. Da qualche parte a Vukovar sta per nascere un’altra vedova.

Dr Kovac, ha perso troppo sangue...”

Plic, plic...

Proviamo a...”

BOOOOMMM!!

Le luci si spengono d’improvviso. Buio. L’unico chiarore viene dalle fiamme che bruciano il palazzo vicino.

Il ferito è immobile, gli occhi chiusi. La fede sembra troppo luminosa. Fa male agli occhi, a guardarla. Luka li sbatte, non vuole guardare il suo, di anulare. Sospiro. Non finirà mai.

Ora del decesso...”

***

 

Aperte. Chiuse. Aperte. Chiuse. Un viavai inaspettato, quasi.

Un passo. E poi un altro. Si aprono ancora le porte. Per lui, stavolta. Per lui.

È dentro, adesso. È tutto cambiato, nuovo, ma può vedere le tracce di ciò che era stato. Può vedere se stesso lì dentro, ed è ciò che fa più male.

Un’impiegata molto carina dell’accettazione gli sorride: “Cerca qualcuno?”. Scuote la testa. Va in sala d’attesa. È quasi vuota. Classiche sedie di plastica dure. Tutt’intorno, perfezione, pulizia. Ambiente asettico. Non può non pensare ad altro, ad un altro ambiente asettico. Non ha senso. Appoggia la schiena allo schienale. Esala pano. Di fronte a lui un medico ride con un’infermiera. È tutto così banale e scontato che gli fa male la testa. Chiude gli occhi.

 

***

Vuole aprire gli occhi, ma non ce la fa. Non riesce a capire. Intorno a lui sta succedendo qualcosa, sente delle voci confuse. Sam, una è Sam. E le altre? È paralizzato. Non può nemmeno respirare. L’aria, l’aria sta uscendo dai suoi polmoni, li sente sgonfiarsi come dei palloncini, ancora e ancora. Soffoca, sta soffocando e non può muoversi, il diaframma bloccato, morirà, e che morte assurda sarebbe quando... ossigeno, finalmente. Qualcuno lo sta ventilando. Sam. Sente la sua voce. Gli sta accarezzando i capelli, tenta di calmarlo.

Dobbiamo intubarlo”

Il tubo in gola è atroce, gli gratta la trachea, è quasi più soffocante della mancanza d’ossigeno. Il tempo passa. Si concentra sulla respirazione. Sente degli spari. Abby? Dove sarà? Prega che sia al sicuro.

Finalmente riesce ad aprire gli occhi. Buio. Riacquista lentamente la capacità di muoversi. Muove la testa. Destra, sinistra, ancora destra. Abby. La vede attraverso la porta, sta bene, sembra stare bene. inizia a sentirsi sollevato ma poi... cos’ha sulla mano? Sangue? Ma dove, no, no, no sta svenendo, qualcuno faccia qualcosa, qualcuno...

***

 

Spalanca gli occhi di soprassalto. Il sudore gli cola lungo la spina dorsale. Sta tremando. Non è Chicago, è Vukovar. Vukovar. Gli sale una risata amara, come se le cose fossero migliori. Chicago, Vukovar... solo andata, probabilmente. Una settimana e ancora non è cambiato nulla. Una settimana e si sente solo di stare peggio.

Una figura si materializza davanti a lui. Un medico. Sguardo stranamente comprensivo. Come se sapesse.

Serve aiuto?”

Scuote la testa. Nessuno lo può aiutare, nessuno. Sente le lacrime bagnargli gli occhi. Ancora.

Qualunque cosa fosse venuto a cercare in ospedale non c’è. Lì c’è solo modernità a pulizia. Come se qualcuno fosse passato con uno straccio capace di cancellare i ricordi.

Si alza, stanco. Gli gira un po’ la testa, ma riesce a non cadere.

Inizia a camminare, sconfitto. È troppo presto per tornare in albergo. C’è troppo da pensare in quella stanza solitaria. E quel telefono sul comodino fa troppo male.

In giardino c’è una targa. Non è molto, ma aiuta a ricordare”

È lo stesso medico di prima. Apparentemente non ha parlato a nessuno, gli occhi fissi su una cartella, ma Luka sa che la sua frase era rivolta a lui.

Si gira indietro deciso. Per un millisecondo il medico alza lo sguardo. Un millisecondo. Ma è abbastanza. Lui sa.

Luka esce. Il giardino è curato, semplice. Sui rami stanno sbocciando le prime gemme. La vita continua, anche lì, anche a Vukovar. È un pensiero che gli fa un po’ male.

La targa è a pochi metri. Un sospiro. Due. Trovare la forza di camminare non è mai sembrato tanto difficile.

Coraggio, quei nomi lo hanno avuto. È ora che ce l’abbia anche lui.

 

Tags: character: luka kovac, fandom: er, long fic, long fic: ritorno, pairing: luby
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