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[ER] - As Time Goes By - Capitolo 02/04: Settimane

Titolo della storia: As Time Goes By
Titolo del capitolo: Settimane
Fandom: ER Medici in prima linea
Coppia: Luka Kovac/Abby Lockhart
Prompt: 008: Settimane@ fanfic100_ita
Rating del capitolo: Verde
Rating della storia: Giallo
Set In Time: La fiction inizia il giorno dopo il matrimonio (puntata 13x21: I Don't) per continuare durante la stagione 14 e 15. In questo capitolo Luka è in Croazia ad occuparsi del padre, quindi prima metà stagione 14.
Note: Long fic
Disclaimer: I personaggi utilizzati non sono miei, ma di tutti gli aventi diritto; il titolo della storia è stato suggerito dal titolo della colonna sonora dello stupendo Casablanca. In ogni caso, io non ci guadagno nulla.
Tabella: http://drk-cookie.livejournal.com/3641.html

 

La prima settimana volò via. Luka quasi non se ne accorse nemmeno, troppo preso a superare il jet-leg, salutare i parenti, sistemare la stanza in cui avrebbe dormito e controllare la salute di suo padre. Non c'erano belle notizie. Suo fratello gli confermò le paure che gli aveva esposto al telefono: suo padre aveva un tumore. E, se non fosse caduto fratturandosi un'anca, nessuno si sarebbe mai accorto di nulla. Non fino a quando non sarebbe stato troppo tardi. Anche se Luka aveva già una brutta sensazione a riguardo. Perché nessuno nella sua famiglia si faceva visitare regolarmente? Credevano che avere un parente medico allontanasse le malattie? Preso da questi pensieri pensò ad Abby meno di quanto avrebbe voluto fare. Una telefonata alla sera, un bacio tramite cornetta a Joe ed un ti amo sussurrato mentre lei attaccava il telefono. La sentiva lontana. E la voleva lì con lui. Si augurò che il passaporto di Joe arrivasse alla svelta.

 

La seconda settimana riuscì a concentrarsi più su sua moglie. Le notizie su suo padre continuavano ad essere pessime, gli esami parlavano di diverse metastasi, ma, alla sera, riusciva a godersi qualche ora con suo fratello e la sua famiglia che facevano domande su domande su Abby.

"E' bella?"

"Ma come è stata la cerimonia?"

"Aveva un vestito bianco?"

"Quante persone c'erano al matrimonio?"

"Eri emozionato?"

"La sposa si è commossa?"

Luka rispondeva più che volentieri, perdendosi nel ricordo di lei, del loro matrimonio, del giorno in cui avevano portato a casa Joe dall'ospedale. Mostrava orgoglioso le fotografie, accarezzando con un dito la superficie lucida della stampa, sperando che Abby, a Chicago, sentisse la sua carezza, sperando che tutto andasse bene e che il maledetto passaporto di Joe arrivasse. Voleva che lei conoscesse la sua famiglia, voleva che lei ne facesse parte.

 

La quarta settimana iniziarono le discussioni. Suo padre non migliorava, anzi. L'operazione non era stata risolutiva ed adesso l'uomo era paralizzato. Inoltre, il tumore non voleva arrendersi. Abby sembrava non capire, troppo presa a seguire Joe che piangeva, il lavoro, lo stress di essere da sola. Luka non se la sentiva di rientrare a Chicago. Non era per lei; solo aveva la sensazione che il tempo da passare con suo padre era inferiore al tempo che avrebbe potuto passare con Abby. Si disse che lei era una donna adulta e che avrebbe dovuto imparare a superare la nostalgia che provava. Anche a lui lei mancava da impazzire: gli mancava la sua risata, i suoi occhi, la sua ironia. Aveva bisogno di rivederla, aveva bisogno di fare l'amore con lei. Ma, semplicemente, non poteva andarsene. Improvvisamente, si rese conto che lei aveva smesso di parlare del passaporto di Joe. A Luka si mozzò il respiro: non voleva fermarsi a pensare al significato della cosa. Quando l'operaio lo chiamò nell'altra stanza per vedere il risultato del suo lavoro di sistemazione della casa, Luka ci andò più che volentieri: quelle con Abby erano solo scaramucce dovute alla lontanaza, il vero problema era suo padre.

 

La settima settimana fu abbastanza cupa: suo padre tollerava poco la chemioterapia. Luka lo vedeva sfiorire sotto i suoi occhi, suo padre, un tempo così forte, ora ridotto ad uno scheletrino fragile ed immobile. Non riusciva a mangiare nulla, aveva continui dolori. Le metastasi non cedevano. Si avvicinava l'inevitabile. Luka provò a convincerlo a portarlo in America, ma lui rifiutò: voleva stare dove si sentiva amato. Parlarne con Abby risultò impossibile: lei non faceva che aggredirlo, rispondergli nervosa. Non gli chiedeva nemmeno più come stava. Eppure lui aveva bisogno di lei. Capiva la sua rabbia, ma suo padre stava morendo. Ne era certo. Perché lei gli rendeva le cose difficili? Perché non gli diceva più che gli mancava? Perché lo faceva parlare così poco anche con Joe? Lo stava allontanando. E lui non poteva fare nulla.

 

La dodicesima settimana si tagliò un dito. Niente di grave, naturalmente, solo un piccolo incidente dovuto alla disattenzione. Mentre se lo medicava, aspettando che suo fratello arrivasse per portarlo in ospedale, desiderò ardentemente che Abby fosse lì. Capiva che era infantile, ma aveva bisogno delle sue coccole. Aveva bisogno di qualcuno che gli dicesse mi dispiace, che gli disinfettasse la ferita e che gli mettesse un cerotto. Odiava il pozzo di autocommiserazione in cui era piombato, ma non poteva farci nulla. Con Abby le cose non andavano troppo bene; con suo padre nemmeno. Gli era ormai più che chiaro che lei non avrebbe preso un aereo per venire lì. Non parlava nemmeno più dello stupido bikini rosso che lei avrebbe dovuto sfoggiare sulla spiaggia croata. Sistemò alla bell'è meglio il cerotto, sperando in maniera del tutto inconsapevole di farsi venire un'infezione. Detestava quello che stava diventando la sua vita. Ma, al momento, non riusciva a trovare alternative piacevoli. Sentì un clacson. Suo fratello. Sospirò, cercando di provare una tranquillità che non provava.

 

La quindicesima settimana gli strappò un sorriso. Guardando le mail, ne trovò una di Abby. Inusuale, per lei, visto che di solito gli telefonava. Poche righe, in verità, ma c'era un allegato. Joe che camminava. Da solo. Il suo bambino, non più così piccolo. Si sentì stupido ed anche molto in colpa: si era perso il primo compleanno di suo figlio ed anche i suoi primi irripetibili passi. Ma, probabilmente, si era perso anche l'ultimo compleanno di suo padre. Quanto tempo poteva rimanergli, ormai? Forse meno di un anno, nessuno poteva saperlo con precisione. Giocherellò con la fede sul suo anulare e, spostandola, notò il sottile strato di pelle più pallida al di sotto di essa. Aveva il segno. Fu questo a farlo sorridere. Così, irrazionalmente. Mandò un bacio ad Abby ed al suo bimbo. Era sicuro che li avrebbe rivisti presto.

 

L'ultima settimana fu scandita da saluti e dal suono costante di una zip: quella della sua valigia. Suo padre sembrava essersi miracolosamente stabilizzato ed un cugino, percependo l’umore altalenante di Luka, si era offerto di prendersi cura del malato, in modo da poter dare ai figli un po’ di respiro.

La sera prima della partenza, Luka salutò suo padre dandogli un bacio sulla guancia ed abbracciandolo stretto ma non troppo, come se avesse avuto paura di romperlo. L’uomo guardò negli occhi suo figlio, contento di vederlo felice. Due chiacchiere furono sufficienti a stancarlo. Luka lo baciò ancora e poi andò a letto. Pensò ad Abby, al fatto che tra meno di ventiquattro ore l’avrebbe stretta ancora tra le braccia. Pensò a suo figlio, al tempo che avrebbero avuto insieme. D’un tratto non gli importò più nulla del mancato passaporto di Joe, né tantomeno delle discussioni telefoniche avute con Abby. Stava tornando a casa. Tutto sarebbe andato per il meglio.



 

Tags: character: luka kovac, community: fanfic100_ita, fandom: er, long fic, long fic: as time goes by, pairing: luby
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