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[ER] - Notti d'Africa - Capitolo 11


Eccomi di nuovo! Difficile liberarsi di me, anche se qualcuno ci ha provato: chi ha mandato quel pazzo che, in mezzo alla nebbia, guidava contromano?

Dimenticavo: apparentemente, il 30 gennaio (2 settimane a partire da oggi) ER ritorna con la 14 stagione. Scrivo apparentemente perché non ho ancora visto il promo. Qualcuno ha avuto questo onore?

Buona lettura.

 

 

“Come sta?” Carter guardò ansioso Angélique che si stava togliendo un paio di guanti sterili. Senza volerlo, notò alcune macchie di sangue. Non pensarci. È solo un paziente qualunque.

 

“Mah… non male, considerando la situazione. Avrà un po’ di mal di testa nei prossimi giorni, ma dovrebbe riprendersi”

 

“Dovrebbe?”, ok, che storia era quella? Angélique stava usando il tempo verbale sbagliato.

 

“Carter, a volte mi domando se sei davvero laureato in medicina. Gli abbiamo forse fatto una tac? Sappiamo se, per caso, il suo cervello è rimasto senza ossigeno? Sembra che stia bene, ma non possiamo esserne sicuri”

 

Carter la fissò, irritato per il suo tono ironico. Non era uno stupido e di certo non si era dimenticato di essere un medico, solo che si stava parlando di Luka, un suo amico. Carter si rese conto che davvero erano diventati amici, che non si ricordava nemmeno più il motivo per cui aveva cercato di odiarlo tanto, Abby?, e il modo ridicolo in cui si era comportato con lui. E poi anche Angélique: si poteva fingere quanto si voleva di non conoscerlo, ma, alla fine, non era possibile. Avevano lavorato insieme fino a qualche giorno prima e lui l’aveva vista ridere quando Luka diceva qualcosa di divertente. Continuava a fissarla, con uno sguardo pieno di sfida.

 

“Che espressione battagliera, John. Come se ritenessi che non mi importi di lui. Ma sai da quanto tempo faccio questo lavoro? Qui in Africa, intendo. Da quasi quindici anni. E non puoi nemmeno immaginare quante persone ho visto partire e non tornare più o quanti collaboratori rapiti dai ribelli. Non sono menefreghista, solo reale”

 

“Quindi mi stai dicendo che l’amicizia in Congo non vale niente. Solo finché si è qui, giusto? Bel concetto, davvero”

 

“Carter, prova a pensare. Se Luka non ce l’avesse fatta come staresti adesso?”

 

Lui continuava a fissarla, apparentemente zittito dalla sua domanda. Lo sapeva che Angélique non era come gli altri dottori. Non che fosse fredda o insensibile, in verità, solo che era poco portata al rapporto umano con i colleghi. Forse lavorare per così tanti anni in quella situazione ti cambiava in quel modo. Sospirò, abbassò gli occhi e tornò docile: “Posso vederlo?”

 

“Certo. Se riposa non svegliarlo, mi raccomando”.

 

Come se fossi un bambino. Entrò nella stanza che fungeva da ospedale e ancora una volta pensò all’ospedale super - fornito di Chicago. Luka occupava l’ultimo letto in fondo, il posto più lontano dalla finestra. Praticamente è al buio. Carter si avvicinò, gettando qualche occhiata agli altri pazienti: il bambino con la malaria, la donna con l’aids e il bambino che era riuscito a scappare dall’inferno del mondo militare che voleva far di lui un piccolo soldato. Si sporse verso Luka. Lo trovò ad occhi chiusi, il respiro regolare e il viso pulito e sbarbato. Carter si accarezzò la guancia ruvida: forse dovrei farmi ricoverare anch’io, almeno qualcuno si prende cura di me. Lo guardò per un attimo, un po’ dispiaciuto che dormisse. Gli sarebbe piaciuto scambiare quattro chiacchiere. Sarà per la prossima volta. Ma, inutile dirlo, proprio in quel momento Luka aprì gli occhi e fissò Carter per un attimo. Dopo un po’ accennò un sorriso.

 

“Ah, ma sei sveglio!”, c’era sollievo nella voce di John. Inspiegabile sollievo.

 

“Stavo solo riposando gli occhi. La luce mi sta uccidendo. E per fortuna mi hanno piazzato qui al buio”

 

“Quanto ti terranno a letto?”

 

“Credo fino a quando non riuscirò a reggermi in piedi. È in questi momenti che ti accorgi che il mondo gira… quando anche la tua testa gira. Soltanto che va dalla parte opposta”, stava ancora sorridendo e Carter si sentì ancora più sollevato.

 

“Ti trattano bene?”

 

“Come al Grand Hotel”, occhieggiò la barba sfatta di Carter, “Magari dovresti farci un pensierino anche tu”.

 

Carter girò lo sguardo e arrossì. Nonostante il trauma cranico riusciva ancora a leggere i suoi pensieri. O forse, pensavano le stesse cose. John decise di non scoprirlo subito; era troppo inquietante. In fondo, non era proprio che Luka capisse tutto ciò che gli passava per la testa, no? No, solo l’80%. Non è molto.

 

“Carter… ci sei? È bello che ogni tanto ti estranei. Sei preoccupato per l’unicità dei tuoi pensieri?”

 

L’altro si morse il labbro, ma non distolse lo sguardo dagli occhi ridenti di Luka. La loro luce gli fece pensare a quei folletti che conoscono tutti i misteri, quelli irlandesi un po’ dispettosi che ti si cacciano in casa e te ne combinano di tutti i colori. Sorrise a sua volta quando Luka sbadigliò: “Adesso vado. Torno dopo, magari stasera, prima che venga buio”. E stasera, bello mio, dormirò in santissima pace senza te che mi sanguini addosso o che mi trascini fuori a sentire qualche storia strana. La tua convalescenza sarà anche la mia.

 

“Va bene. Vai pure. Non vorrei mai fare arrabbiare Angélique”. Il sorriso allegro sfumò in uno un po’ malizioso: “Comunque, non ti preoccupare… tra qualche notte sarò di nuovo in giro…”

 

Carter si allontanò. Cercando di non inciampare nei suoi piedi.

Tags: character: john carter, character: luka kovac, fandom: er, long fic, long fic: notti d'africa, pairing: carby
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