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[ER] - Notti d'Africa - Capitolo 10


Went to iceskating. My legs are still killing me.

 

10.

 

Ma come? È strano come le cose cambino velocemente. La speranza. Carter aveva sempre tentato di immaginarsela, bella e altera, qualcosa di leggero ed impalpabile, qualcosa che ti sfiora appena, ma che non ti abbandona. Ed invece, gli si stava materializzando sotto forma di fari. Abbaglianti e forti. Un richiamo alla vita. Pensò per un nanosecondo se convenisse alzarsi e farsi vedere, chissà chi c’è al volante, ma prima di prendere una decisione reale era già in piedi: al diavolo, non c’è molta scelta a questo punto…

 

Ancora una volta, il percorso che lo separava dalla strada sembrava infinito. La scena era cristallizzata: la jeep era come ferma immobile, giusto in attesa che lui facesse un qualche cenno di riconoscimento. Carter alzò una mano, cercando di non fare capire che stava tremando. Lo stridore dei freni del mezzo lo fece rabbrividire. Immediatamente, pensò ad un altro veicolo, e alla pioggia, pensò che forse era davvero giunto il momento. Se mi succede qualcosa adesso, Luka è là dietro da solo ed io… io non manterrò la mia promessa. Si spaventò a causa di questo suo pensiero ed inconsciamente cominciò a fare marcia indietro. Magari non mi hanno visto e si sono fermati per tutto un altro motivo. Ovviamente era un’ipotesi troppo vana ed assurda per essere vera. Sentì due porte che si aprivano e sbattevano rumorosamente ed intuì lo scalpiccio di passi sulla strada terrosa ed ancora umida. Ombre che si avvicinavano, lunghe e minacciose, vive sotto la luce della luna. Era Peter Pan quello a cui avevano rubato l’ombra, vero? ... Ma a cosa stai pensando? Il problema vero era che quella domanda, quella su Peter Pan, gli si era formata nella testa con la voce e l’intonazione che avrebbe usato Luka, l’unico senz’altro che avrebbe potuto mettersi a parlare di certe cose in certe situazioni.

 

Respirò a fondo ed aspettò. Sentì le fronde degli alberi che venivano spostate, siamo braccati, e aspettò ancora, sicuro che, anche stavolta, sarebbe successo qualcosa.

 

“Dr John!”

 

Una voce. Ma non una voce qualsiasi. La voce di qualcuno che lo conosceva. Sa come mi chiamo. Sa qual è il mio nome e sa qual è il mio lavoro. E cosa ancora migliore, lui aveva riconosciuto la voce. Non poteva essere tanto male, allora.

 

“Charles?”

 

“Oui, oui! Angélique… ils sont là!”*. Sollievo. Vero, assoluto sollievo. Come quando un incubo finisce e la mamma ti prende in braccio per asciugarti le lacrime. Siamo salvi! Salvi! Luka aveva ragione! Luka. Certo, Luka. Ma come ho fatto a dimenticarmi ancora di lui? “Correte, dobbiamo aiutare Luka. Lui… lui, lui è…”, si slanciava in avanti, John, conscio del fatto che forse avevano perso del tempo fondamentale. Trovò Luka sdraiato a terra, esattamente come lo aveva lasciato. La notte gli impediva di vedere se respirava ancora ed esitò un attimo prima di sentire il polso sulla carotide. Gli sembrò senza fine l’attesa di un battito. Ma poi, ecco ancora il sollievo che lo aveva appena avvolto. “… ferito”

 

“E tu? Tu stai bene?”, la voce di Angélique era quella di sempre, veloce e sbrigativa, tanto da costringerlo a chiedersi se quella notte stesse succedendo davvero. “Io?... beh… sì”

 

“Ok. Charles, aiuta John con Luka. Voglio che lo muoviate molto delicatamente… ecco, così, bravi… attenti alla testa! Perfetto… mettetelo dietro… ma no! Non fatelo entrare in quel senso! Giratelo! Piano, piano… ok… ragazzi, capisco che non abbiate molta pratica ma un po’ di delicatezza non sarebbe male”. Uno sbuffo. “John, tu sali dietro con lui. Mi terrai aggiornata sulle sue condizioni, ok?”

 

Qualche minuto dopo, la jeep stava già viaggiando verso Kisangani. Carter si rilassò. Luka era ancora appoggiato a lui, ma non gli dava fastidio. Lo guardava sorpreso dalla sua forza d’animo e sperando di sentire una sua battuta di chiusa; ci sarebbe stata di sicuro bene. Mentre il viaggio proseguiva, Carter si trovò a fissare ipnotizzato la treccia nera di Angélique: sembrava davvero un pendolo. Non lo avrebbe convinto a fare qualcosa di ridicolo, ma lo stava convincendo a dormire. Sbadigliò rumorosamente, beccandosi un’occhiataccia di Charles attraverso lo specchietto retrovisore, e guardò per un attimo fuori: la notte non era ancora finita. Mio Dio, ma è interminabile! Mi sembra di non aver visto altro che buio da mesi a questa parte. Si augurò di essere svegliato da un bel sole caldo.

 

Chiuse gli occhi e cercò una posizione più comoda. Si sentiva come un sacco vuoto. Sbadigliò ancora, mentre allungava il più possibile le gambe. Fu una voce che gli impedì di scivolare immediatamente nel sonno, una voce debole e tremante, ma che a Carter sembrò quasi assordante: “Ma è ancora notte… e guarda che ombre lunghe… chi era quello a cui avevano rubato l’ombra? Peter Pan?”

Carter non aprì nemmeno gli occhi. Scosse appena la testa, lasciò che le sue labbra si incurvassero in un sorriso e poi, si addormentò.

Tags: character: john carter, character: luka kovac, fandom: er, long fic, long fic: notti d'africa, pairing: carby
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