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[ER] - Notti d'Africa - Capitolo 9


Happy Birthday, dalimice !

Buona lettura!

 

 

9.

 

La notte lo colse alla sprovvista. Un attimo prima se ne stava lì a cercare di capire cosa fare, a cercare di capire se Luka stesse respirando ancora e poi… buio. Carter chiuse gli occhi, ancora umidi per le lacrime e si sentì di pensare a una preghiera, qualcosa di piccolo e di non impegnativo, qualcosa che li potesse aiutare. Quando riaprì gli occhi alzò lo sguardo al cielo: tra le fronde riusciva a intravedere le stelle ed una stupenda luna piena. Il tempo era fermo. L’unico rumore era il respiro un po’ affannoso di Luka, che teneva ancora la testa sulla sua spalla. Fino a quando respira posso stare tranquillo… certo, ma e se non si svegliasse più? Coma. Quella parola pesante ingombrava i suoi pensieri e d’improvviso anche la notte sembrò soffocarlo. Si passò una mano tra i capelli spettinati e sporchi e sospirò. Sapeva con certezza che stava per piangere ancora. E non era solo per Luka. Era per la situazione. Per quello che avrebbe potuto perdere, per il futuro, per quella maledetta e lunghissima notte. Per quella volta che era uscito a godersi il buio e ci aveva trovato Luka. Per come l’altro lo aveva incatenato a sé. Per la paura che provava a stare lì nella giungla.

 

Non voleva morire.

 

Non voleva.

 

No.

 

Stava per essere scosso dal primo singhiozzo, quando: “C’è la luna piena, stasera… guarda”. La testa di Carter scattò a sinistra improvvisamente. Quando sentì il gemito di Luka, capì di essersi mosso troppo alla svelta: “Scusami. Credevo che dormissi…”. Si sentì immensamente stupido: lui, un medico, stava ammettendo di aver lasciato addormentare una persona con un trauma come quello di Luka. Bellissimo. Il dottore - killer, eccolo qui per voi. Sentì Luka che muoveva la testa, forse cercando una posizione migliore e meno dolorosa. Carter rimase immobile.

 

“Non posso”

 

“Per il dolore?”

 

“No, per la notte. È stupenda…”. Aveva un tono strano, come di arresa, ma anche di forza. Era come se fosse consapevole e vivo. Già, vivo. Vivo. Non era spiegabile, non a parole. Carter si girò a guardarlo e lo trovò intento a fissare il buio. I suoi occhi, anzi occhio, erano sempre luminosi e vitali. Carter soppresse un tremito. Era tutto irreale.

 

“Hai visto, John? È una notte fantastica, la più bella da quando sono qui. È la notte ideale…”. Ideale? E per che cosa? Per starsene qui a sperare di salvarsi? O per… il significato dell’affermazione di Luka lo colpì come un pugno. Si irrigidì e il suo respiro accelerò. Non riusciva a parlare. Un groppo in gola gli bloccava quasi anche il respiro. Aria. Voglio aria. Fatemi respirare! Finalmente, riuscì a emettere un debole suono: “Luka?”

 

“Sei stato un grande amico, John”

 

“No…”

 

“Lasciami parlare, per favore. Per l’ultima volta. Guarda il buio e pensa che avremo altro tempo. Io sono contento. Davvero. Ho fatto pace con me stesso, e non potrei essere più soddisfatto. Se deve essere stasera, io sono pronto”

 

Luka si zittì, aspettano un qualche commento da parte di Carter, che, però, non giunse. Luka gliene fu estremamente grato. Sospirò e riprese a parlare, sempre piano, quasi per non disturbare. Aveva il tono che si usa quando ci si confida i segreti.

 

“Sai, nella mia città c’è un cimitero bellissimo, se così si può dire. È su una collina che dà sul mare. Lungo i viali ci sono alberi di pesco e a primavera le lapidi sono coperte dai petali dei fiori. È davvero bello. E io, io vorrei…”, a quel punto la voce gli si ruppe e cominciò a singhiozzare. Non sembrava potersi fermare e Carter allungò un braccio dietro la sua schiena. I muscoli erano in tensione. E allora John capì: Luka era spaventato almeno quanto lui, se non di più. Si sentì impotente. Dopo un attimo, Luka riprese a parlare, intervallando parole a singhiozzi. Aveva qualcosa da dire e voleva dirlo subito. “Il fatto è che io sono davvero pronto, ma non voglio. John io non voglio morire. Per piacere, non farmi morire qui!”

 

Se Carter avesse potuto l’avrebbe preso in braccio e l’avrebbe portato via, al sicuro. Ma non poteva. Non poteva fare niente di utile. Come faceva a promettere una cosa del genere? Mentre Luka piangeva contro la sua spalla, lui sentiva che stava per impazzire. Non c’erano soluzioni. Le loro vite erano in mano al destino. Si trovò di nuovo a pregare, davvero, profondamente, che un dio, uno qualunque, li salvasse. Pregò che Luka si calmasse. Pregò di non dover vedere il cimitero di cui l’amico gli aveva appena parlato. Pregò di passare tante notti ad ascoltare quel pazzo seduto accanto a lui raccontargli di vampiri o altre assurdità del genere. Pregò di poter rivedere Chicago e di tornare nel suo ospedale. Pregò per qualsiasi cosa, per un miracolo. Pregò. Per lunghi minuti, accompagnato dal pianto di Luka, credette davvero che sarebbe successo qualcosa. Non cambiò nulla. Chiuse gli occhi, senza forze e speranze. Il fascio di luce di un paio di fari di una jeep, li costrinse ad aprirli…

Tags: character: john carter, character: luka kovac, fandom: er, long fic, long fic: notti d'africa, pairing: carby
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