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[ER] - Notti d'Africa - Capitolo 8


Happy Birthday, Aly!
E a chi legge: buona lettura.
Oggi sono minimal.



 

8.

 

La pioggia era cessata. Liberazione. L’aria però era già pesante per l’umidità. Carter respirava a fatica, cercando di capire dove stavano andando. Ovviamente era stato Luka a decidere la direzione da prendere, senza quasi consultarlo. Ma che razza di pazzo sono a lasciarmi guidare da uno con un trauma cranico che ad ogni passo sembra che stia per cadere? Insomma…

 

“Continuando in questa direzione dovremmo trovare presto un villaggio. O almeno una strada un po’ più trafficata di quella da cui proveniamo. E poi Angélique e gli altri saranno preoccupati e manderanno di sicuro qualcuno a cercarci”. Perfetto. Stavano marciando nella speranza che qualcuno si ricordasse che loro esistevano, che potesse esserci un villaggio o che incontrassero qualcuno. Visti le loro recenti frequentazioni, quella era di sicuro l’ipotesi peggiore. Luka si fermò improvvisamente, come se una forza gli impedisse di camminare. Chiuse gli occhi.

 

“Stai bene?”

 

“Mi gira solo un po’ la testa… adesso passa…”

 

Carter avrebbe voluto credergli, eccome se avrebbe voluto, ma Luka era troppo pallido e lo vedeva chiaramente tremare mentre con un braccio si appoggiava al tronco di un albero. Dovevano fermarsi un attimo. Era già tardi, ma tra un po’ Luka sarebbe caduto a terra. E poi, tutto sommato, erano al riparo tra gli alberi; potevano controllare la strada senza essere visti. Situazione ottimale.

 

“Facciamo una piccola sosta, almeno controllo la ferita, ok?”

 

“Ma non ce n’è bisogno…”, intanto, però, si era già seduto e stava tentando di riprendere fiato. Carter lo studiò bene. Sapeva che i respiri profondi servivano per tenere a bada la nausea. Si avvicinò a lui, tentando di non deconcentrarlo. Non poteva permettersi che stesse ulteriormente male. Con un movimento delicato, sollevò piano il pezzo di stoffa che aveva usato come benda: la ferita aveva smesso di sanguinare, e Carter poteva scorgere piccoli coaguli di sangue qua e là. Speriamo che reggano. L’occhio era ormai completamente chiuso e blu, ma lo zigomo era integro. Sembrava tutto a posto, ma non si poteva essere sicuri: quanto vorrei poter prescrivere una bella TAC cranica per mettere a tacere i dubbi. E poi un po’ di penicillina, per controllare l’infezione. E vorrei anche vedere come la pupilla sinistra reagisce alla luce.

 

“Stai pensando a come sarebbe bello potermi fare una visita come si deve, eh? Sai una cosa? Piacerebbe anche a me… devo dire che i soldati sanno davvero come colpire. Ma almeno sono qui con un medico che non mi lascerà certo morire…”, Luka non si era mosso di un centimetro. Stava sempre con la testa appoggiata al tronco e gli occhi chiusi. Carter osservava il suo petto alzarsi e abbassarsi e si sentiva inquieto. È vero: lui era un dottore, anche bravo ad essere sinceri, ma aveva paura. Paura che le cose potessero peggiorare, che non arrivasse nessuno e che sarebbero rimasti lì. Luka adesso stava ancora bene, benino, dai, ma poi? Dottore. Quando serviva non si sentiva proprio un medico.

 

“E’ incredibile come il cielo si sia schiarito alla svelta, guarda”, la voce di Luka aveva un non so che di assonnato e letargico.

 

“Hey, devi stare sveglio… Luka… parlami”. Niente. Carter si allarmò subito. Non poteva fargli questo, no, no e ancora no. Lo scosse abbastanza violentemente, “Sveglia!”

 

L’altro si passò una mano sugli occhi. Gemito di dolore: “Che c’è? Ah già, il trauma cranico… sono stanco, John”

 

“Lo so. Ma devi resistere. Chi mi terrà sveglio, altrimenti, con le sue storie strane e senza senso?”, ti prego rispondimi, tieni duro, cosa faccio se non ce la fai? Era incredibile quanto a Carter fosse indispensabile quell’uomo ferito che fino a qualche mese prima aveva quasi odiato.

 

“Non sono senza senso. Per lo meno, non per te”

 

Aveva fatto di nuovo centro. Carter aveva voglia di piangere. Si asciugò gli occhi. “Luka, stavo pensando… forse potrei allontanarmi qualche metro… cercare qualcuno… tornerei subito…”

 

“No!”, la forza di quella breve parola lo spaventò. C’era tutta una vita dentro quelle semplici due lettere. Assolutamente, non voleva essere lasciato lì. Ma era impensabile andare a cercare aiuto con lui. Decisione dolorosa e terribile. Carter non sapeva se fosse giusto. Una notte passata nella giungla non era un’idea molto allettante. In qualunque caso. Doveva andare. Luka avrebbe dovuto resistere. Fece per alzarsi.

 

“John… no, per favore”, non era il tono di prima. Era qualcosa di simile a una preghiera. Carter guardò Luka, fisso negli occhi. “Per favore. Non lasciarmi qui. Non voglio morire da solo”. Morire. Uno dei due l’aveva finalmente detto. Carter si sentì disperso, sul punto di cadere. Pensò a tutti i famigliari che aveva visto lì in Africa stringere compassionevolmente le mani dei loro cari che se ne stavano andando. Pensò che nemmeno lui avrebbe mai voluto morire da solo e pensò irrazionalmente che avrebbe voluto Luka in quel momento. Fragile, piccolo uomo. Guarda Luka, persino adesso si sta dimostrando più forte di te. Non riusciva, però, a farsi forza, semplicemente non poteva. Per tutte le stelle del cielo, per ogni buca della strada, per la pioggia incessante, per il fruscio dell’erba, per il lago e per quello che era diventato, non poteva. Si lasciò cadere pesantemente vicino a Luka e lasciò che si appoggiasse a lui. Stavolta, non cercò nemmeno di trattenere il pianto…

Tags: character: john carter, character: luka kovac, fandom: er, long fic, long fic: notti d'africa, pairing: carby
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