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[ER] - Il blu ti dona


Titolo: Il blu ti dona
Fandom: ER Medici in prima linea
Coppia: Luka Kovac/Abby Lockhart
Prompt: 015: Blu@ fanfic100_ita 
Rating: Verde
Set in time: Stagione 10. Abby comincia il suo tirocinio in Chirurgia (so che c'è una puntata di riferimento, ma non riesco a trovare il titolo da nessuna parte... neppure il sito della NBC mi è d'aiuto)
Disclaimer: I personaggi utilizzati non mi appartengono, ma sono di tutti coloro che li hanno creati. La storia seguente non ha alcun fine di lucro.
Tabella: http://drk-cookie.livejournal.com/3641.html

Auguri Capitano! Anche se sono sparita nel nulla...

 

ABBY 

 

Questa sembra una sera come tutte le altre. Il freddo è ormai parte dell’abitudine e la neve già ha fatto provare malinconia per quei giorni assolati impregnati con il solito caldo opprimente. Ma, come già detto, sembra una serata normale. In realtà, qualcosa è successo. Oh, non illudetevi: non mi sto riferendo a qualcosa di grande. Ma, si sa, le cose più insignificanti agli occhi dei più sono quelle con valore maggiore agli occhi dei singoli.

 

Era stata una semplice frase e l’atteggiamento che ne era conseguito: il blu ti dona. Avrebbe potuto tacere, accogliere la nuova situazione nella sua solita maniera professionale, lasciare stare i fronzoli, i complimenti. Non viviamo nell'epoca delle continue denunce per molestie sessuali sul posto di lavoro? E invece… chi può sapere come opera la mente umana? Cosa suggerisce le frasi e le sensazioni? Un complimento. Niente di più. Eppure tu rivivivi il momento in eterno, una ruota che continua a girare, fermandosi su quelle poche parole, le prime che vi siete scambiavati quella mattina; non un ciao, buongiorno, tutto bene. Ma: il blu ti dona. Ok, durante l’intervento ti sei confusa, sei rimasta paralizzata dalla quantità di operazioni che avresti dovuto fare nella confusione dell’affollata sala d’emergenza e tutti hanno pensato che il tuo stallo fosse dovuto alle aspre parole del dottore meschino con un braccio solo, ma, ovviamente non era così. Un uomo stava morendo e tu non facevi altro che pensare a: il blu ti dona.

 

E, diciamocela tutta, non era finita lì. Dopo che il paziente era stato trasferito in chirurgia e la stanza si era svuotata, lui si era avvicinato per dirti che eri stata brava, che avevi fatto un ottimo lavoro. Non sapevi se crederci e non gli avevi risposto. Perché si era comportato così? Era davvero necessaria la vicinanza, lo sfiorarsi leggero di spalle e il tono basso della voce? Certe cose non le hai mai capite.

 

Non vi eravate più visti, ma non te l’eri più tolto dalla mente. La frase, le parole, il gesto. Indelebile. Sarebbe stata così tutti i giorni? Era previsto che lavoraste insieme. Dov’era il problema?

 

Questa sera, che, abbiamo capito, non ha niente di normale – non per te, almeno. Tu che hai ricominciato a studiare medicina, che stai bene da sola, che non vuoi distrazioni- passa lenta, illuminata dalle luci del locale dove, con una collega, sei andata a mangiare qualcosa. L’amica è impegnata a descriverti la sua complessa situazione sentimentale. Ti parla veloce, senza soffermarsi troppo sui dettagli rendendo difficile una totale comprensione. Ma, d’altronde, vuole solo sfogarsi, nulla di più. E' semplicemente alla ricerca di un paio di orecchie che possano recepire i suoni che la sua bocca articola. Davvero, per certe cose una bambina di due anni non è sufficiente.

Guardando il cibo che hai nel piatto, ti rendi conto che non hai fame. Pensi a lui. Alla sua voce e ai suoi occhi. Al fatto che ha sempre un ciuffo di capelli sulla fronte che non sarebbe mai stato a posto e, che diamine, non gli darà fastidio mentre lavora? Pensi alla cura con cui si veste. Te lo immagini davanti allo specchio, a scegliersi la camicia e la cravatta, accostando i colori, in modo da non dare troppo nell'occhio. Non si rende conto che non è possibile. Pensi al suo profumo, che non è proprio un profumo particolare, ma un insieme di cose che ti rimandano a posti lontani che non hai mai visto, ma che visiti ogni volta che lo incontri. Se solo avesse saputo.

 

Il blu ti dona.

 

E' orgoglioso di te, ne sei sicura. Anni fa aveva provato a convincerti a tornare all’università. Ma eri stata troppo testarda per ascoltare qualcuno che non fosse te stessa.

 

Guardi il cielo e ti scopri sorpresa nel vederlo pieno di stelle. Sono davvero molto belle. Quasi strane, per una città ammantata col pesante velo dell’inquinamento. Lontane lanterne luminose. Come i suoi occhi. Non li hai mai visti così. Non è la loro indefinibile sfumatura, motivo di infinite scommesse tra i colleghi, ma la loro luce. La trasparenza di uno sguardo innocente. La gioia di esserci ancora. E il sorriso è lì, gratuito, per chiunque voglia coglierlo.

 

E' tardi. Una parte di te registra il saluto dell’amica. Rispondi gentilmente e ti incamminò.

 

In metropolitana, non puoi fare a meno di fissare i tabelloni pubblicitari che promettono felicità con una telefonata. Che stupidi, non capiscono che la felicità non è in un numero di telefono, ma in una frase apparentemente insignificante: il blu ti dona.  

LUKA 

 

Smettere di pensare renderebbe la vita più facile. Smettere di pensare al passato, a quello che è stato, ai perché e alle circostanze. Ormai, anche tu sai che a certe domande, nessuno ti darà la risposta. E allora concentrati su altro: rallegrati col sorriso che quel bambino rivolge alla madre, guarda i manifesti pubblicitari appesi in metropolitana, che, con le loro promesse facili, allietano le speranze altrui. Senti gli odori di questo nuovo autunno di Chicago. Meravigliati del primo freddo che sfiora la tua pelle, del fatto che ti piacerebbe startene a casa, sotto le coperte, ad ascoltare l’ ultimo CD che hai comprato, quello che ha quella canzone che, ironia della sorte, ti frulla in testa proprio adesso: it feels like home to me, it feels like I’m on the way where I belong.

 

Al lavoro è facile non pensare: solite cose di sempre, soliti sorrisi e solite frasi. Andare avanti è diventato ormai qualcosa di automatico. I colleghi ti parlano e tu gli rispondi; i pazienti ti ringraziano e tu abbozzi; lo sai di essere bravo. Non sei mai stato un falso modesto. È da tanto tempo che lo sai: sei un bravo medico e le persone si fidano di te. Agisci con sicurezza, senza esitazioni. A volte sbagli, ma sei pur sempre un uomo! Com’è che lo chiamano? Ah sì, il dono, il talento. Il fatto di non inorridire davanti alle cose spaventose che devi vedere, il fatto di non perdere la calma davanti a un arresto cardiaco, il fatto di provare comprensione davanti ad una tragedia familiare. Loro, i pazienti, ascoltano le tue parole consolatrici e ti credono quando sussurri che tutto andrà meglio, che le cose si aggiusteranno.

 

Peccato tu sappia benissimo che non è quasi mai così.

 

Il dono. Dovrebbero chiamarla capacità di saper inventarsi futuri felici.

 

“Che medico compassionevole!”.“Lei è così gentile!”. Balle, gente. Vuoi solo arrivare alla fine della giornata senza pensare.

 

E quasi ci riesci ma…

 

…arriva il consulto chirurgico che avevi richiesto. Ti aspetti una certa faccia, i chirurghi li conosci tutti. Alzi gli occhi e ti fermi, la familiarità dei suoi occhi che stride con il colore del suo camice. Blu. Camice da chirurgo. Blu. Come il mare della tua infanzia. Blu. Così semplicemente blu. Capisci che hai buttato via troppo tempo, tra voi due c’è un uomo che soffre, non siete mica ad un appuntamento romantico. La ragguagli sulle condizioni del malato e la osservi. E, improvvisamente, ci pensi. Ti senti girare la testa. A volte, non si è preparati per certe cose. Vorresti dirle qualcosa, qualcosa che le faccia capire che ci stai pensando, che l'hai notato, che le faccia capire quello che hai in testa, ma tutto ciò che ti esce dalla bocca è una frase un po' banale e scontata: il blu ti dona. In due secondi il consulto finisce. La ringrazi, le dici che si è comportata bene, che è stata brava. E sei sincero. Perché anche lei ha talento. E vorresti dirle tutte queste cose, con tutta la passione che ti si agita dentro quando la guardi, ma lei si sta già allontanando. Vorresti fermarla di nuovo, bloccarla, ma capisci che è stupido: non è diretta alla fine del mondo, lavorate insieme, la rivedrai ancora un milione di volte, e infatti la lasci andare, osservando la sua schiena, rendendoti conto che tutti ti hanno sentito rivolgerle quel complimento imprevisto, inaspettato. Ma ti rendi irrazionalmente conto che non ti interessa. Ti pensino pure pazzo. L’unica cosa che conta è che lei lo sappia, che se lo stampi bene nella testolina biondo – castana che il blu le dona.

Passano altre ore di un giorno che ormai è odissea. Ti aggiri nella speranza di incontrarla ancora e ogni volta che ci ripensi ti senti leggero, come su una nuvola. Era proprio bella, luminosa come sempre, pronta ad affrontare i suoi limiti per realizzare il suo sogno. E tu? Scuoti la testa: è un discorso talmente vecchio che ti sembra quasi inventato. Ma anche in questo caso non sei tu il centro dei tuoi pensieri. Lo sei stato per troppo tempo. Il tuo lutto, il tuo dolore, la tua solitudine, il tuo dannato egoismo di povera vittima. E adesso la tua testa ti rifiuta e lascia spazio a lei e a tutto ciò che la riguarda.

 

Come quella volta che le hai fatto quel complimento sul sorriso. Com’è che era? Ah sì, “era un po’ che non vedevo il tuo sorriso. Mi ero dimenticato di quanto fossi bella”. Non ci si sofferma mai a riflettere su quello che si perde. Le nostre azioni fanno sempre soffrire qualcuno, che può non essere disposto a perdonarci. Chissà come l’aveva presa? Era passata una vita… circa due anni… e non ne avevate più parlato. Forse adesso è davvero troppo tardi. Tardi per qualunque cosa che la riguardi. E allora perché non riesci a togliertela dalla mente?

 

Il giorno è finito. Non ti attardi per aspettarla. Non vuoi dare nell’occhio. Da un recesso della tua mente ricapitoli il suo numero di telefono. Incredibile, te lo ricordi ancora. È impresso come un tatuaggio, come quello che lei ha sulla schiena e che tu solevi percorrere con le dita e ridevi quando lei sobbalzava leggermente perché soffriva il solletico. Ricordi come scatole vuote che si affollano. Ma c’erano sempre stati?

 

Sei di nuovo sulla metropolitana. Scorgi le solite facce della mattina, solo un po' più sfatte e cerchiate. Di sicuro come la tua. Dondolato dal dolce movimento della carrozza, ti ricordi della canzone della mattina e di un altro verso, il più bello, il più romantico, quello che ti sfugge sempre. Ora è lì, nella tua testa, in tutta la sua pienezza e lucentezza e non se andrà più. Come te, rimarrà lì: if you knew how happy you are making me, I never thought that I'd love anyone so much.



La canzone che tormenta Luka è: It Feels Like Home To Me di C. Kreviazuk.

 

Tags: character: abby lockhart, character: luka kovac, community: fanfic100_ita, fandom: er, one-shot
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