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[CSI: NY] - Confessions from a hospital room - Capitolo 09: Jessica Angell

Capitolo 09: Jessica Angell

Angell: "Tonight... you, me... a bottle of wine... I'll wear that black neglige I know you like..."

Flack: "Jess! Jess! Jess! Hey, babe. Hey, hey, will you look at me? Hey, I'm here. Whre's the ambulance? You're going to be alright, ok?"

Flack: "... She's gone"

Episodio 05x25: Pay Up

La luce era quasi abbagliante. Tutto intorno, fin dove il suo sguardo si perdeva, fiori. Campi vasti ed immensi di corolle al massimo del loro splendore, rigogliose sotto il cielo dei più tersi, dipinto di un azzurro tale da non sembrare nemmeno reale. Nell'aria, oltre al profumo inebriante dei fiori, l'olfatto era ammaliato dall'odore un po' salmastro e pungente del mare. Don Flack si guardò intorno, timoroso quasi di quel giardino da sogno in cui era capitato chissà come. Il suo respiro, comunque già un po' irregolare, si paralizzò quasi del tutto non appena i suoi occhi si posarono sulla figura femminile a pochi metri di lui. Una silhouette indimenticabile, impressa nella sua memoria.

Jessica Angell, la sua Jess, sedeva su un'altalena di legno, appesa chissà dove, le cui corde erano intrecciate di boccioli colorati e perfetti. Lo vide e gli sorrise. L'intensità della luce sembrò aumentare.

Le si avvicinò, titubante, sentendo i suoi polpacci accarezzati dolcemente dagli steli dei fiori. Di fronte a lei, bevve la sua immagine perfetta e bellissima: i capelli scuri sotto le spalle, gli occhi - enormi - contornati da lunghissime ciglia e quel suo incredibile sorriso. Non sapeva cosa dire né pensare.

"Chi l'avrebbe mai detto?", ruppe il silenzio lei, usando la voce che lui aveva avuto tanta paura di dimenticare. Ma non appena la sentì parlare, capì che non sarebbe mai successo.

Flack scosse la testa, incerto ed un po' intontito.

"Un detective grande e grosso come te...", lei scosse appena la testa senza smettere di sorridergli, "... che si immagina questo", staccò la mano destra dalla corda dell'altalena indicando le immensità fiorite attorno a lei.

Lui corrucciò la fronte: non riusciva a capire. "Questo è...?", la sua voce uscì un po' flebile e tremante, come quella di un uomo che è stato troppo a lungo in silenzio. E, comunque, era già un progresso essere riuscito a pronunciare quelle due parole.

"... il Paradiso? Non esattamento. È come tu te lo immagini, sai, per renderti più a tuo agio, in questo momento difficile. Ed è una bella versione del Paradiso, se posso essere onesta. I fiori, il profumo del mare, i miei capelli che fluttuano nel vento. Però questo...", indicò il lungo vestito bianco che l'avvolgeva, "Non fraintendermi, è bellissimo, molto elegante, ma da te..."

"... ti aspettavi il negligé nero, vero?", lui terminò la frase al suo posto, un sorriso giocoso sulle labbra. A parte la stranezza della situazione in cui si trovavano era esattamente come anni fa, quando Jess era ancora viva. E lei non era un'estranea con le fattezze di Jessica era proprio lei. Lei. E la cosa gli ridava forza.

"Sono morto?", ma Flack non poteva fingere che fosse tutto come sempre. Dopotutto molte cose drammatiche erano successe.

"Oh, cominciano con le domande adesso, detective...", lei inclinò il capo. Lui rimase incantato dal movimento ipnotizzante dei suoi capelli e sentì l'impulso di passarci le dita dentro. Era un impulso reale, fisico. Qualcosa di impossibile vista la situazione. Jess non smise di sorridere, anche se i suoi occhi assunsero un'espressione più profonda, consapevole: "No, non lo sei"

"Allora perché sono qui?", Flack era confuso.

"Perché puoi scegliere. Non so come funziona, ma qualche fortunato ha questa possibilità"

"Posso scegliere? Cioè, se vivere o morire?"

Lei annuì.

"Sicura?"

"La botta in testa ha fatto più danni del previsto, evidentemente. Sì, la scelta sta a te. È un grande privilegio, non sprecarlo"

Lui si guardò intorno, sentendosi avvolto dalla dolce pace di quel luogo magico, lontano dalle sofferenze del mondo reale, lontano dal dolore e dal rischio di vivere ogni giorno per le strade di New York. Lontano dalla fatica inesorabile di respirare senza di lei.

"Mi stai chiedendo se preferirei stare con te o senza di te? Allora è subito detto: io..."

"Aspetta!", Jess sollevò una mano, palmo rivolto verso di lui, per bloccarlo: "Ci devi pensare bene!"

"Ma...", cercò di contraddirla. Per lui non era una scelta difficile.

"Vieni qui", Jess gli indicò il posto accanto a lei, "Siediti con me"

Lui le si avvicinò, incespicando nei piedi e sentendo il suo cuore accelerare i battiti. Era indubbiamente emozionato nell'avere la possibilità di sederle accanto, di nuovo, e, chissà, magari sfiorare la sua pelle morbida. Si sedette ed il suo profumo, così familiare da fare male, gli fece venire un capogiro. La guardò, da vicinissimo, si perse nella sua perfezione, nella bellezza che mancava alla sua vita da quando lei gli era stata ingiustamente strappata: "Posso...?", tese una mano tremante verso il suo volto, quasi spaventato.

Lei distolse lo sguardo, il bel sorriso semi-nascosto dalla massa fluente dei capelli. Scosse il capo per allontanarli ma, di fronte all'espressione ferita di Flack, capì di essere stata fraintesa. Si affrettò a parlare: "Certo! Non è che mi farai del male, no?"

Le dita di Don si posarono lievi sulla guancia di Jess e ne percorsero lo zigomo per seguirne il profilo definito. Come se possedute da volontà propria scesero lente a disegnare, quasi a memoria, il contorno della mascella ed il mento. Lui le lasciò fare, tenendo gli occhi chiusi e respirando piano. Sentiva tutto, la trama regolare della sua pelle, la forma delle ossa. Lei era esattamente com'era stata in vita, inclusa la minuscola e quasi invisibile cicatrice sul labbro superiore. Aprì gli occhi. Lei lo stava fissando.

"Non è una scelta difficile per me", il suo tono era determinato.

"Don..."

"Se tu sei qui, con me... la scelta è fatta"

"Non ti sei chiesto perché io sono qui? Prima ti ho detto che questo posto è una proiezione della tua mente e..."

"... anche tu lo sei?", allontanò le dita dal suo viso, come se avesse preso la scossa.

Jess gli afferrò la mano e la strinse tra le sue, posandosela in grembo. Si sentì sollevata quando le loro dita si intrecciarono con naturalezza. "Non esattamente. Io sono esistita, no? Sono qui perché tu avevi bisogno di me. Ti serviva qualcuno che ti aiutasse a capire cosa fare"

"Ed hanno mandato te?", fece una mezza smorfia che la fece sorridere.

"Ma mi stai ascoltando? Tu mi hai immaginata qui!"

"Be', allora la scelta è fatta: se devo scegliere tra laggiù, o lassu o in fondo a destra o come accidenti si chiama paragonato a qui, io allora dico qui. Nessun mondo è degno di essere vissuto senza di te. E nessun mondo sarà peggiore senza di me". Aveva parlato un po' di fretta, quasi senza riflettere. E soprattutto senza guardarla negli occhi.

"Don! Come puoi dire una cosa del genere? Come puoi anche solo pensarla? Ti devo elencare le persone a cui mancherai, le persone che piangeranno perché tu non ci sei più? Il mondo di qualcuno sarà peggiore perché tu non ci sarai. Credimi. È solo che adesso sei sconvolto... e forse spaventato...", terminò lei con sincerità.

Lui non rispose. Il discorso di Jess aveva senso, e lui lo sapeva. E cominciava a capire anche perché aveva avuto bisogno di immaginarsi qualcuno che lo aiutasse a capire. Qualcuno che, in vita, aveva sempre saputo tenergli testa e non aveva mai dipinto scenari lieti solo per fargli piacere. Sospirò, guardando i prati pieni di fiori.

"Detective...", nessun movimento, "Hey... sei ancora qui?"

Lui si voltò di scatto, gli occhi azzurri in preda a sentimenti indicibili. Una nube scura passò sul sole. "Vuoi che ti dica che ho deciso ma che ho paura? Ebbene sì! Persino io, che tutti ritraggono come l'eroe senza macchia e paura... sono terrorizzato. Come posso andarmene e lasciarti qui? Come posso essere sicuro che sia giusto? E che non farà male di nuovo?"

"Don, io non vado da nessuna parte. Non più. E, comunque, non mi lasci qui. Mi porti con te. Non mi senti che ti sono accanto tutti i giorni?", gli appoggiò la mano sul torace, "E non farà male, perché io non lo permetterò. Tu sei mio, proprio come io sono tua, ed io ho cura di ciò che mi appartiene. Il male che proverai sarà solo passeggero, superabile. Poi, sarai più forte... e non puoi nemmeno immaginare quante cose hai ancora da raggiungere. Ed io sarò lì con te. Sempre. Vedi? Non c'è più molto tempo... si sta guastando", in effetti, il cielo si andava coprendo di nuvoloni scuri ed anche i fiori sembravano appassire a vista d'occhio.

"Mi sento sull'orlo di un precipizio, aggrappato con le dita ed ho paura a lasciarmi cadere perché chissà cosa c'è alla fine", appena pronunciate, le sue parole si tramutarono in realtà Soltanto che c'era Jess a reggerlo, stringendogli forte la mano. "Forse lasciarti cadere è la cosa giusta da fare, ci ha mai pensato?"

"E se morirò?"

Lei sorrise.

"Va bene, saputella, non voglio morire"

"Ed allora così sarà. Lascia la mia mano, Don. Io non posso lasciarti cadere, devo farlo tu"

Nella sua scomodissima posizione, Flack si sentì tremare, e non solo per la preoccupazion e l'incertezza, ma perché, d'improvviso, aveva iniziato a soffiare un vento gelido e sferzante. Nell'aria, volteggiavano come impazziti petali strappati dai boccioli che, solo poco prima, sembravano pieni di vita.

"Io...", la guardò, con i capelli che mulinavano nel vento e gli occhi tragici, ma splendidi, ed il respiro affannoso. Sembrava una dea di un mondo lontano. "... ti amo, Jess"

Lei chiuse gli occhi, il cuore in tumulto. Nonstante tutto, faceva male lasciarlo andare. Anche se lei, forse, non era nemmeno lì. "Anch'io. Tanto. Ora, vai", non voleva guardare, ma non riusciva a distogliere lo sguardo.

Lui contò mentalmente fino a tre, proprio come faceva prima di un qualsiasi raid, e poi, deciso, lasciò la mano calda di Jess, lasciandosi cadere nel vuoto.

Tags: character: jessica angell, fandom: csi: ny, long fic, long fic: confessions from a hospital ro
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