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[CSI: NY] - Venti ore - Capitolo 13: Ora

Capitolo 13: Ora

La mente di Flack vacillava continuamente tra realtà ed irrealtà. Era diventato complicato capire cosa stesse succedendo davvero e cosa, invece, era solo ricordo passato o immaginazione.

Il detective sedeva scomposto – per quanto glielo permettessero manette e corda intorno alle caviglie – con la testa ripiegata sul torace ed il torso accasciato verso destra. Semplicemente, non aveva più la forza necessaria per stare dritto. Attraverso gli occhi semichiusi riusciva a vedere, in maniera sfuocata, Grieg seduto accanto a lui, ma, onestamente, non riusciva a capire cosa stesse facendo. Probabilmente, stava progettando nuovi modi per torturare il suo corpo stanco e dolorante.

Dopo aver tracciato con la punta del coltello il contorno della cicatrice ed aver ridacchiato nel sentire i versi angosciati del suo prigioniero, l'uomo aveva deciso di cambiare strategia. Quindi era tornato a colpirlo ancora, solo calci stavolta, sull'addome e sulle costole. Ad ogni contatto con la suola dei suoi scarponi Flack aveva sobbalzato ed urlato, con la voce che si faceva sempre più roca e flebile. Sentiva la gola bruciare, come se qualcosa si fosse strappato. Ogni respiro era un'agonia di dolore interminabile, e si era reso confusamente conto che stava sviluppando un'idiosincrasia nei confronti della semplice azione che serviva a tenerlo in vita.

Non sapeva da quanto tempo stesse andando avanti quella tortura, sembrava da sempre, ma faticava a ricordare cosa fosse stata la sua vita solo poche ore prima. L'immagine calda e confortante di casa sua sembrava irreale ed immaginaria, un qualcosa che lui non avrebbe mai più avuto. Traendo un'altra dolorosa inspirazione, Don tentò di sollevare un po' la testa. Non solo non riuscì a muoversi più di pochi centimetri, ma si scontrò contro le nocche di Grieg; un pugno che gli riaprì le spaccature delle labbra che ricominciarono e versare sangue. Il sapore metallico non fece altro che accentuare la nausea che non l'aveva mai abbandonato. I conati di vomito che seguirono portarono il dolore ad un nuovo livello, un livello che lui non aveva sperimentato nemmeno durante il post-esplosione.

Flack non sapeva più a cosa pensare. In verità, era convinto di aver perso anche la capacità di formare semplici pensieri. Qualche tempo prima, quando la furia di Grieg ancora non si era scatenata in tutta la sua crudeltà, si era aggrappato a pensieri felici e semplici per resistere. Le torte che sua madre cucinava ogni sabato, le partite di baseball con suo padre, il banchetto di limonate che aveva con Samantha, e poi le chiacchierate a notte fonda con Jess, e le volte in cui aveva fatto l'amore con lei, lo sguardo fiducioso che gli aveva rivolto Mac, il sostegno sincero di Stella, le risate con Danny, l'amicizia di Jo... erano tutti ricordi che avevano contribuito a renderlo chi era e che lo avevano aiutato a sopravvivere. Ma tutto quello era finito: adesso c'era solo una vasta landa desolata di paura e dolore e lui era da solo. Anzi no, suo unico compagno era uno psicopatico che non aveva alcun problema a causare sofferenza. Lo stesso pazzo psicopatico che adesso gli stava parlando: “Devo ammettere che, però, hai una bella resistenza... le ragazze a questo punto erano già andate... si potrebbe provare a...”

“Polizia!”, la voce imperiosa di Mac Taylor risuonò amplificata all'interno del container, interrompendo Grieg. L'uomo si girò di scatto, la mano a raggiungere il coltello che aveva appoggiato a terra, “Fermo! Voglio che tieni le mani dove le posso vedere. E, credimi, se tocchi quel coltello o provi a fare il furbo, maledirai il giorno in cui non mi hai ascoltato”

Non c'era la minima traccia di esitazione nel poliziotto che aveva alle spalle. Thomas, girato per metà lo osservava con attenzione, cercando di scoprire eventuali punti deboli. Non sembravano essercene. L'uomo, a gambe leggermente divaricate per essere il più stabile possibile e protetto dal giubbotto anti-proiettile, gli stava puntando adosso la Glock d'ordinanza. Aveva lo sguardo cupo e serio, e, se stava studiando di sottecchi il collega ferito, non lo dava a vedere. Era come sottostare ad un giudiizio divino. Grieg sapeva cosa comunicavano i suoi occhi: non ti ucciderò, uscirai da qui ancora vivo e vegeto, e pagherai per quello che hai fatto. L'uomo si sentì sconfitto, un po' come tutte le volte in cui suo padre lo aveva guardato facendolo sentire un mostro, perché altro non era che una brutta copia di suo fratello. Ma Carl mi ha sempre voluto bene. Mi dispiace, fratellone...

“Adesso voglio che ti alzi, e che fai scivolare il coltello verso di noi. Poi ti allontani dal detective Flack, sempre lentamente, senza movimenti bruchi, e tenendo le mani in vista. Ci siamo capiti?”, l'ordine di Mac non era trattabile.

Era finita. E lui aveva fallito. Flack, con la sua cieca fiducia nei confronti dei colleghi – fiducia che era stata la sua forza – aveva vinto.

Fece quanto gli era stato detto. Solo in quel momento si accorse che l'agente non era solo. Insieme a lui, nel container erano entrate altre persone, e l'ambiente sembrava pullulare di poliziotti. Mac Taylor colpì Grieg dietro le ginocchia per farlo abbassare – mossa non strettamente necessaria – e lo ammanettò. Tenendolo stretto fino all'ultimo, lo consegnò poi a Scagnetti che lo prese per un braccio con un sorriso leggermente malvagio: “Andiamo. Velasquez, Brown, voi venite con me. Ho bisogno di qualcuno che tenga compagnia al nostro amico qui, e più siamo meglio è”, e lo spinse via, sussurando chissà quale velata minaccia nelle sue orecchie.

Non appena Grieg fu portato via dalla scena, l'espressione di Mac cambiò. Da distante ed impersonale diventò viva, affettuosa. Ed immensamente preoccupata. Mettendo la pistola nella fondina, si inginocchiò sul pavimento ed allungò una mano. Accarezzò piano, con la punta delle dita, la testa di Don e la sua guancia, percependo immediatamente il calore eccessivo ed insalubre che proveniva dalla sua pelle. Si chinò in avanti dolcemente, senza parlare, ed aprì le manette. La vista del sangue che macchiava gran parte del metallo lo fece quasi rabbrividire, ma riuscì a non mostrarsi debole. Appena libero, Flack si lasciò cadere in avanti, ansimante e dolorante. Mac allargò le braccia, ed ignorando l'odore che emavana l'amico – un misto di vomito, sangue e sudore – lasciò che gli appoggiasse la fronte sulla spalla. La mano sinistra si posizionò dietro la sue schiena, muovendosi lenta in un amichevole gesto consolatorio, mentra la destra cominciò a sciogliere con difficoltà la corda che gli teneva prigioniere le caviglie.

“Don?”, lo chiamò a bassa voce, come se non volesse spaventarlo.

Flack emise un lieve gemito, il corpo scosso da brividi di febbre.

“Va tutto bene. Adesso ti portiamo in ospedale, tranquillo”

A quel punto Mac alzò lo sguardo ed incontrò gli occhi di Jo: la donna era in piedi accanto a lui, incredula, con le braccia strette intorno al corpo per proteggersi. Stava lottando con l'impulso poco professionale di prendere Flack tra le braccia e cullalrlo come avrebbe fatto con uno dei suoi figli. Di fianco a lei, Danny si stava rapidamente sfilando il giubbotto del dipartimento. Aveva la necessità di fare qualcosa, altrimenti avrebbe spaccato tutto. Tolto il giubbino, lo appoggiò delicatamente sulle spalle dell'amico: “Ecco qua, agente della scientifica onorario”, mormorò con un mezzo sorriso che voleva essere divertente ma fu solo triste.

Flack non rispose, ma non era svenuto; era semplicemente troppo debole per aprire gli occhi e non credeva di avere la forza di parlare. Ma aveva ricosnociuto le voci che lo circondavano, aveva riconosciuto i loro tocchi affettuosi. Erano voci che appartenevano a persone di cui si fidava totalmente, persone a cui voleva bene, persone per cui avrebbe dato la vita: sapeva di essere in salvo.
Tags: character: don flack, fandom: csi: ny, long fic, long fic: venti ore
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