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[ER] - Quando meno te lo aspetti

Titolo: Quando meno te lo aspetti
Fandom: ER Medici in prima linea
Coppia: Luka Kovac/ Abby Lockhart
Prompt: 090: Casa@ [info]fanfic100_ita
Rating: Giallo
Set In Time: Stagione 14, dopo che Luka se n'è andato di casa (sì, un periodo allegro per la nostra coppia...)
Note: What-If?
Disclaimer: L'esimio dottor Kovac e sua moglie Abby Lockhart non mi appartengono e mai mi apparterranno. È scontato che non ci guadagno un soldino bucato dal loro utilizzo.
Tabella: http://drk-cookie.livejournal.com/3641.html

Quando meno te lo aspetti

Spazio. Ora ce n’era a sufficienza. Lo spazio peggiore era decisamente quello creatosi nel loro letto. Casa loro, casa sua.

Sul tavolo, giaceva dimenticato il giornale che riportava – cerchiata in un rosso accusatorio – la sua scelta. E lei, che non aveva il coraggio di gettarlo via.

***

La sfuggiva, come ormai era diventata tragica abitudine.

“Ho bisogno di spazio”

Un borsone con le sue cose era appoggiato al muro.

***

L’avevano ucciso, ecco cosa avevano causato le sue azioni. Lo sterminio doloroso e lento della persona che amava. Tanto doloroso e lento da far sì che lui non riuscisse più a guardarla negli occhi. Si sedette sul divano, il silenzio circostante a divorarla. Sola. Pensare che doveva esserci abituata. Si assopì quasi senza accorgersene e sognò. Ciò che la svegliò di colpo fu lo sbattere violento della finestra al piano di sopra. Si drizzò sul divano, il nome di lui sulle labbra a morire subito al ricordo di quanto avvenuto.

Si alzò e prese il telefono. Il numero di Janet suonava a vuoto e questo non fece altro che aumentare la sua solitudine. Non poteva più stare in quella casa. Prese una giacca, le chiavi – il mazzo di lui a brillare pigramente nella luce primaverile fu come una pugnalata – ed uscì.

Sapeva dove sarebbe finita. La casa. La casetta vicina la molo, da cui si vedeva il lago. La casina a due piani, tanto carina con quel suo finestrone che faceva da teatro alle acque calme del lago Michigan. Lei. L’abitazione sotto cui era solita passare ai tempi di Richard, ancora una volta dipendente dal dio alcool, per immaginarsi a vivere lì dentro, felice, tipica mogliettina corredata di bel marito e di bel figlio. All’epoca sogni inutili e dolorosi – per lei, che si sentiva sempre a disagio, mai degna di felicità – ma poi quasi agguantati e stretti per cinque miserissimi giorni da signora Kovac.

Si avvicinò stancamente alla panchina. La panchina, non una a caso, ma quella specifica che per loro aveva un significato.

***

“Voglio che abbiamo questo bambino”

***

Allora, seppur spaventata era stato facile. Lui era lì con lei. Si portò un dito alle labbra e torturò nervosamente una pellicina. Lui l’aveva sempre aiutata, ascoltata, sostenuta. E lei?

***

“Non mi va di parlarne ora... mio padre è morto”

***

Il dito aveva cominciato a sanguinare ed a bruciare. Prese un fazzoletto e lo usò per tamponare la ferita. Si guardò intorno, nella vana speranza di dimenticarsi della situazione, nella vana speranza che la casetta, di nuovo, le donasse speranza e immagini felici.

Ma c’era una finestra aperta! Non era possibile: in tutti quegli anni l’abitazione era sembrata disabitata, anche se ben tenuta. Non sapeva nemmeno se quella casa potesse essere messa in vendita. Si avvicinò, come spinta da una forza misteriosa e guardò in alto, quasi volesse vedere dentro l’appartamento.

C’era qualcosa... una musica, ma....

You Are The Susnshine Of My Life...

No, aveva le allucinazioni. Era sicura. Eppure la canzone che usciva dalla finestra era quella. Semplice coincidenza, probabilmente. Ma Luka e il suo “tutto accade per una ragione” continuavano a girarle in testa.

Senza accorgersene, suonò il campanello. Non si aspettava una risposta, anche perchè cosa mai avrebbe potuto dire? Eppure, quasi miracolosamente, la porta si aprì. Non dubitò nello spingerla, forse non si pose nemmeno il problema. Il fatto era che continuava a sentirla, quella musica, e la cosa non la aiutava a pensare razionalmente.

Salì le scale, e si trovò di fronte una porta socchiusa. L’aprì, finalmente un po’ titubante.

La scena che si trovò di fronte la prese di sorpresa, tanto da farla quasi indietreggiare spaventata: di fronte a lei c’era Luka, seduto a gambe incrociate sul pavimento, intento a montare un seggiolone. Un’ondata di ricordi la sommerse.

***

“Hai ragione... sposiamoci”

***

Quando tornò al presente lui la stava fissando intensamente.

“Puoi anche entrare, se vuoi...”, il suo tono mesto la preoccupò.

Lo osservò meglio: era stanco, gli occhi cerchiati, la pelle pallida e sicuramente aveva perso peso. La magnitudo degli effetti delle sue azioni le fece venire la nausea: cosa gli aveva fatto? Come aveva potuto?

Gli si avvicinò e si accovacciò di fronte a lui. Gli prese la mano. Fortunatamente, lui non si ritrasse, ma lei non poté fare a meno di sentire quanto fosse fredda la sua mano. Fredda. E debole. Come senza vita, senza forza.

“Luka... mi dispiace...”, la sua voce si incrinò mentre Luka accoglieva le sue parole con un sospiro sconsolato.

“Lo so...”

“Io ti amo”

“So anche questo”

“Luka...”, strinse un po’ di più la sua mano, cercando di fargli capire ciò che le parole non potevano esprimere, “... non è stato Moretti... lui, lui non mi piace... lo detesto... non è il mio tipo... è solo l’alcool, capisci? Quando bevo... io... io uso il sesso... per... per ottenere altri alcolici... perdonami...”

Lui non la guardava. Teneva gli occhi bassi, concentrati sulla fede che portava ancora al dito. Aveva rotto i voti eppure...

“Mi capisci, Luka?”

Lui d’improvviso la fissò, lo sguardo cupo e minaccioso: “ E tu capisci me? Non è Moretti! Non è per quello! Non voglio le tue scuse per una stupida...”, deglutì con fatica, come a cercare le parole, “... stupida... scappatella”, la parola risuonò come una bestemmia e la colpì come una schiaffo “So benissimo perchè lo hai fatto! Ho parlato con Janet, ed ho seguito un paio di riunioni degli AA... so che è stato causato dall’alcool, lo so... non è quello... non è...”, l’impeto si spense dolorosamente e Luka ritrasse la sua mano da quella calda di Abby per passarsela nei capelli. Abbassò il viso: non voleva che lei lo vedesse piangere. Che uomo era?

Lei rimase in silenzio, ammutolita. Cosa aveva fatto? Cosa?

Passarono lunghi minuti, in cui l’unico rumore percebile era il respiro affannoso e rapido dell’uomo. Persino l’apparecchio stereo si era fermato. Abby ripensò alle parole di Janet, tutto il discorso di cercare di capire Luka, di dargli tempo, di lasciargli il diritto di essere arrabbiato. Tutti e due dovevano rielaborare il danno.

“Quando ci siamo sposati mi hai promesso di fidarti di me”

La voce improvvisa di Luka la fece sobbalzare. Alzò lo sguardo e si concentrò sui suoi occhi umidi ed espressivi. Poteva vederci il dolore scorrevi dentro, come un lento fiume verde marcio.

Ritrovò la voce: “Io mi sono fidata”

Lui si limitò ad alzare le sopracciglia e a fare un sorrisetto ironico. Non le credeva. Abby non se lo aspettava.

“Luka... io mi sono fidata”. Lo ripeté di nuovo, con tono di voce più fermo, per convincerlo. Ma si rese conto che la sua stessa certezza stava vacillando. Io mi sono fidata, io mi fido, lui è mio marito. Ma lui non c’era. Dov’era quando tu hai iniziato a crollare? Tentò di allontanare la voce maligna, ma non poteva.

“Luka. Io mi sono fidata. È quello il problema”

Lo sguardo di lui sottolineò come avesse detto le parole sbagliate.

“No, aspetta.... lascia che... io avevo bisogno di e te, e tu... tu non c’eri”

Luka si alzò di scatto e si avvicinò alla parete più lontana da lei. Iniziò a camminare avanti ed indietro, come un leone in gabbia.

“Non c’ero, certo... scusami se mi stavo occupando di mio padre...”

“Luka, sei mesi”

“Per fortuna che adesso è morto, che mio fratello sta bene e che non ho altri parenti prossimi”

“Non c’è bisogno di usare questo tono”

“No, hai ragione... in effetti se ripenso a mio padre in quel letto d’ospedale. Erano, non so... cinque, sei anni che non lo vedevo e... lui era...”, la sua voce si ruppe di nuovo.

Silenzio, ancora.

Poi, Luka riprese a parlare: “Quando i miei figli sono morti, io avrei voluto smettere di vivere. E ci ho provato, sai? Mi ci sono messo d’impegno. Me ne stavo tutto il giorno sdraiato sul mio letto, spalle alla porta, senza parlare, quasi senza muovermi. Mio padre… lui veniva nella mia stanza e cercava di farmi mangiare qualcosa. Io lo so che detestava la situazione, so quanto si sentiva impotente, ma non potevo farci nulla. O forse non volevo farci nulla. Che figlio sono stato in quei frangenti, secondo te?”

La fissa di nuovo. Nel suo sguardo c’è una nuova gradazione di dolore. Lei si trova a domandarsi quanto può soffrire una persona prima di impazzire. Ha paura. Anche perché non sa cosa rispondergli.

Lui scuote brevemente la testa, poi continua:

“Ma lui non ha mollato. Non una volta. Mi parlava, cercava di scuotermi, asciugava le mie lacrime. E poi… mi ha mandato via”

Lei corruga la fronte, confusa. Questo non se l’aspettava: “Ti ha mandato… via?”

“Già. Ha capito che in Croazia non potevo essere aiutato. Allora, mi ha spinto ad andare via, mi ha convinto fosse la scelta giusta. Ed io… io volevo solo scappare, sparire… ho pensato che sarebbe stato facile se lui non fosse stato lì a controllare ogni mio respiro”

“Ma tu mi hai detto che tuo fratello…”

“Niko credeva fosse una mia idea e io gliel’ho lasciato credere. Ma aveva ragione, sai? Stavo scappando”

Abby lo fissa. Luka non le ha mai raccontato niente del genere. Si domanda perché lo stia facendo adesso, in un momento così complicato per loro. Ci pensa qualche secondo, studiando l’espressione sofferta di suo marito. È come se, come se… improvvisamente, il quadro le è chiaro. Cristallino. Sente qualcosa muoversi nel suo stomaco. Nel rispondere, le trema la voce:

“Credi che tuo padre abbia pensato a sé come a un fallimento. Perché non è stato capace di guarirti con la sua presenza, ma ha dovuto allontanarti. E, quando hai effettivamente cominciato a stare meglio, ti sei promesso di esserci se lui avesse mai avuto bisogno di te. E, quando si è ammalato…”

“È morto da solo! Ci ha mandati via ancora, sapeva cosa stava per succedere. Ed io non l’ho capito. Io non capisco mai niente!”

Si accascia sul pavimento, indifeso. Abby si affretta verso di lui. Gli passa le braccia intorno alle spalle e lascia che si appoggi al suo petto. È il primo vero contatto fisico che hanno da quando lei è andata in Croazia. Lui si lascia abbracciare e lei non può far altro che sentirsi sollevata.

“Non volevo che tu capissi, Luka”, parla nei suoi capelli, stringendolo il più possibile, “Ho allontanato chiunque, persino chi non sapeva nulla di me. Volevi che non respingessi te? Mi dicevo: fagli credere di essere arrabbiata con lui per la sua assenza, fallo sentire in colpa. Creavo stupide giustificazioni per continuare a bere”

“Ma io avrei dovuto accorgermi, vedere che…”, la sua voce è camuffata dalla camicia di lei.

“Luka… sono un’alcolizzata. Se vuoi, ti elenco i mille trucchetti che usiamo per non farci beccare, ma non mi sembra il caso, ora. Ti sei accorto che c’era qualcosa di sbagliato. C’è chi non si è accorto nemmeno di quello…”

“Richard?”

“Lui”

Di nuovo connessi. Incredibile.

“Credo che tuo padre non si sia considerato un fallimento. Io credo che sia stato felice di vederti ancora vivo

Luka solleva un po’ la testa per guardarla. Poi la riabbassa, cercando una posizione più comoda. Non vuole allontanarsi da lei, ha bisogno anche del conforto fisico che gli sta offrendo. Anche Abby si sistema meglio, per meglio accogliere suo marito.

“Mi dispiace. Non avrei dovuto dirti che la tua famiglia d’origine non è importante”

“Cercavi ancora di allontanarmi. Ora lo so. Posso farti una domanda?”

Lei solleva le spalle.

“Ok… perché non credi di meritare ciò che hai? Perché, sotto sotto, pensi che quello che abbiamo possa finire? Io non mi stancherò di te, di noi due…”

“È questo che ti ha fatto male. Questa è la mancanza di fiducia di cui parlavi. Non sei tu, il problema, sono io… ma ci sto lavorando. Credimi”

“Non è finita, sai? Non pensarlo. Avevo solo bisogno di stare da solo a pensare. Io ti amo ancora. Io credo in quello che abbiamo”

Lei chiude gli occhi, sollevata. Inizia a vedere la proverbiale luce alla fine dell’altrettanto proverbiale tunnel.

“E quindi sei stato a un paio di riunioni… e cos'hai pensato?”

“Che ci vuole coraggio. Molto coraggio. Ed è qui il punto, sai? Tu credi di non avere la forza di affrontare le cose, ma ce l’hai. Come riusciresti, altrimenti, a parlare di una cosa tanto brutta e spaventosa di fronte a tutti loro? Io non ce la farei mai”

“Luka, non facciamone una gara di coraggio, te ne prego… potrei portarti una valanga di esempi in cui tu sei stato coraggioso”

“Ma…”

“Ho detto di no!”

Lui sospira, sempre appoggiato a lei: “Cosa facciamo adesso?”

“Io continuerò ad andare alle riunioni, lavorerò con Janet, eviterò di nascondere le cose…”

“Ed io?”

“Tu potresti starmi vicino”

“Ok. E poi?”

“Perdonarmi?”

“Già fatto. E poi?”

“Amarmi?”

“Si può fare”

“Tornare a casa?”

Lui solleva di nuovo lo sguardo, per poterla guardare negli occhi. Si fissano intensamente, il cuore in gola, altre mille parole, oltre quelle già scambiate, a correre tra di loro. È il loro sguardo, quello che rende inutile qualunque altra cosa, quello che sembrava perso nel nulla.

“A casa? Ci sono già…”

Non si sta naturalmente riferendo al suo appartamento d’emergenza, per Abby è più che chiaro. Per questo motivo non può fare a meno di sporgersi in avanti e baciarlo. Anch'io sono a casa.

***

“Sembra che non facciamo altro che cercarci”

I carry your heart with me (I carry it in my heart)*

***

* e e cummings, I carry your heart with me

Tags: character: abby lockhart, character: luka kovac, community: fanfic100_ita, fandom: er, one-shot, pairing: luby
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