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[ER] - Lei era la luna

Titolo: Lei era la luna
Fandom: ER Medici in prima linea
Coppia: Luka Kovac/Abby Lockhart
Prompt: 045: Luna@ [info]fanfic100_ita
Rating: Rosso - si parla di violenza e tortura
Set In Time: Dopo il matrimonio, siamo a Boston. Diciamo 2008/2009
Note: Il passato di Luka è pura e totale speculazione
Disclaimer: Luka Kovac ed Abby Lockhart non mi appartengono e non detengo alcun diritto su di loro.
Tabella: http://drk-cookie.livejournal.com/3641.html


Lei era la luna

In un racconto letto quand’era ragazzo il protagonista aveva a che fare con la luna. Forse non era mai riuscito a vederla, ma Luka non ricordava con sicurezza. Il fatto era che, in quel momento, si sntiva confuso, dolorante e spaventato. La ferita sul braccio stava sanguinando ancora ed il dolore strisciante non accennava a diminuire. Aveva pensato alla luna solo perché la stava guardando, una bella luna piena, parzialmente rovinata dalle sbarre nere che erano diventate il metro attraverso cui si rapportava il mondo. Allungò il braccio meno dolorante e le toccò, sentendo la loro fredda irregolarità. La pelle delle sue mani si sfaldava senza pietà.

Abby non capì immediatamente cosa l’avesse svegliata, ma ne fu infastidita. Si trovava nel bel mezzo di un sogno felice, erano in vacanza, lei, Luka e Joe, al mare, ed era una stupenda giornata di sole, faceva caldo, quando ad un tratto era comparsa la luna. Aprì gli occhi e si girò nel letto, pronta a spalmarsi contro Luka, nella speranza di recuperare il sonno. Ma non appena vide suo marito, capì che la possibilità di tonare a dormire era andata persa. Luka era ancora addormentato, ma tendeva un braccio davanti a sé, come a voler toccare qualcosa. Era pallido ed emetteva strani suoni lamentosi e spaventati. Un incubo. Ad Abby salì in gola una risata amara: dopo anni di frequentazione aveva più o meno capito cosa avrebbe dovuto fare lei quando Luka aveva un incubo. Eh già, perché gli incubi di Luka avevano una loro personale classificazione. C’erano quelli da cui si svegliava trattenendo il fiato e soffocando un urlo; per quelli bastava una rassicurazione verbale accompagnata da qualche carezza confortante. C’erano quelli per cui non riusciva a trattenere l’urlo; lì ci voleva generalmente anche un bicchiere d’acqua, un controllo a Joe ed un abbraccio fino a far passare il tremore. E poi c’erano quelli che lei (e lui, senz’altro) detestava maggiormente: quelli in cui era quasi impossibile svegliarlo, quelli che lo lasciavano esausto, tremante, terrorizzato. Quelli per cui dimenticava quasi il suo nome, l’anno in cui si trovava e la sua attuale situazione familiare. Quelli che spaventavano anche lei. Abby aveva come il presentimento di essere di fronte a quest’ultimo caso. Provò a sfiorargli una spalla.

Non era possibile. Credeva avessero finito con lui, stasera, e invece erano ancora lì. Uno di loro lo stava punzecchiando con qualcosa che sembrava un lungo bastone appuntito. E faceva male. Rinculò contro il muro con decisione, andando a sbattere. Voleva scappare, la luna sembrava chiamarlo, ma la cella era piccola ed umida e non gli lasciava spazio.

Con un gemito Luka si allontanò da lei e rotolò sul materasso. Ma, essendo troppo vicino al bordo del letto, finì per schiantarsi sul pavimento. Abby balzò giù, disincastrandosi dalle lenzuola e si accucciò accanto a lui: stava piangendo, sempre nel sonno, stringendosi la spalla che lei prima gli aveva sfiorato. Era esattamente in questi momenti che Abby sentiva di essere totalmente inutile. Avvicinò la bocca al suo orecchio: “Luka…”

Lo stavano chiamando. Ma non potevano essere quegli uomini; loro non conoscevano il suo nome, si limitano a definirlo “il croato della cella d’angolo”. Chi poteva essere, allora? Tentò di buttare un occhiata dietro di sé, ma non riusciva a smettere di guardare l’uomo in divisa che si avvicinava sempre più, brandendo quella strana arma appuntita.

“Luka… sono io. È solo un sogno”. Nulla. Era decisamente perso in qualche universo parallelo, incastrato in chissà quale brutto ricordo. Studiò la sua fronte che si contraeva in continuazione e le lacrime che, lente, continuavano a bagnargli le guance. Avrebbe voluto toccarlo di nuovo, ma era spaventata. Si limitò, quindi, a sussurrare il suo nome.

“Basta, vi prego, basta…”, eccolo lì, a implorare come una femminuccia. Erano in tre adesso, e tutti reggevano quelle specie di bastoni.

Ridevano. Di lui. “Ti facciamo allo spiedo!”, altre risate perverse. La punta di un bastone stava tracciando il suo torace, lasciando dietro di sé una sottilissima striscia rossa. Odiava le loro risate. Forse quelle, da sole, lo avrebbero ucciso.


“Luka…”

La luna. La luna lo stava chiamando. Non era possibile, ma quanto era possibile, d’altra parte, quello che gli stava accadendo? Quanto era possibile che qualcuno volesse fargli del male senza un reale motivo, se non quello della sua etnia? Ed era un motivo sufficiente, poi? Decise che era stanco di tutto e quindi si girò a fissare la luna. Che lo impalassero pure lì in quella cazzo di cella. Ormai non gliene fregava più nulla. Anzi, avrebbe finalmente smesso di soffrire. E, se doveva morire lì dentro, voleva farlo guardando la luna. Era così bella! La fissò per un po’, sentendosi sempre iù debole e letargico. Non si accorse nemmeno quando gli si chiusero gli occhi.

“Luka… apri gli occhi. Ascoltami, è solo un incubo”

Dov’era? Era buio e non riusciva a vedere nulla. Qualcuno con una voce bellissima, e preoccupata, lo stava chiamando. Cercò di mettere a fuoco, ma aveva freddo e non riusciva a smettere di tremare. Cosa stava succedendo? Era a Vukovar?

“Luka, sono io, Abby. Mi senti?”

Mani. Lo stavano toccando. Gli si mozzò il respiro in gola e il tremore aumentò. Perché dovevano sempre toccarlo? Lui voleva solo essere lasciato in pace. Come mai non lo capiva nessuno? Si irrigidì, tentando di allontanare le mani, ma era troppo debole, sfiancato. Cosa gli era successo? Perché non riusciva a muoversi? Dovevano averlo bastonato per bene questa volta.

“Luka, calmati, tranquillo. Va tutto bene. Sono Abby, siamo a Boston. Mi capisci?”

Abby? Abby, certo.

“Abby… sei tu?”, la voce era bassa, molto incerta. Come se credesse che Boston fosse il sogno.

Lei continuò ad accarezzargli i capelli intrisi di sudore, sentendolo tremare sotto le sue dita. Ma forse, adesso, stava cominciando a fare breccia nel muro che si era costruito intorno. Con calma, ne sarebbero usciti anche stavolta.  

Accennò un sorriso tenero: "Sì, sono io. Va tutto bene. Vuoi un bicchiere d'acqua?"

"Se ci racconti per benino la tua storia, ti diamo questo bel bicchiere d'acqua. È fresca, sai? E buona...", il soldato alzò il bicchiere davanti al suo viso, e Luka vide una goccia correre sulla superficie liscia e trasparente del vetro. Si leccò inconsapevolmente le labbra secche e spaccate in più punti, forse se...

"Noooo!", l'urlo li spaventò entrambi. E spaventò anche Joe, che, dalla stanza accanto, si mise a piangere.

Abby si alzò velocemente, ignorando i muscoli che protestarono per essere stati troppo a lungo in una posizione scomoda: "Torno subito. Non ti muovere"

"Non ti muovere!", Luka alzò le mani e restò immobile. Alle sue spalle sentì qualcuno caricare un grilletto. Il sudore gli colò, freddo, lungo la schiena. Era la fine, ne era certo.

"Non uccidermi"

"Scusa?", Abby era di nuovo inginocchiata accanto. Gli sollevò il viso con le mani, costringendolo a guardarla negli occhi: "In inglese, Luka"

Finalmente, lui la vide. Vide il suo volto pallido, i muscoli tesi, gli occhi lucidi e spaventati. L'aveva terrorizzata di nuovo. Non sarebbe mai finita, lo sapeva e, forse, chissà, lei un giorno se ne sarebbe andata per questo. E lui non avrebbe potuto fermarla. Sospirò pesantemente, in balìa ancora dei tremiti. Lei lo abbracciò e, poco prima di appoggiare la testa sulla sua spalla, Luka riuscì a scorgere la luna che brillava fuori dalla finestra. Il sogno di poco prima tornò vivo e pulsante, lasciandolo singhiozzante e tremante contro di lei. Lei cercò di consolarlo come meglio poteva, accarezzandogli i capelli e la schiena e mormorando sciocche frasi senza senso. Ad un certo punto, anche lei pianse per un po'. Perché non era giusto; perché qualcuno riteneva che Luka non avesse ancora sofferto abbastana. Ed il mondo faceva schifo.  

Finalmente, lui sembrò calmarsi. Lo tenne stretto ancora un po', cercando a sua volta la forza.

"Torniamo a letto? Il pavimento non è molto comodo. E fa freddo"

Luka non rispose, ma si lasciò guidare da lei, come un burattino. Lei lo coprì con cura e gli si sdraiò accanto. Lui guardò ancora fuori dalla finestra: la luna non c'era più, e la notte pareva sul punto di finire. Si sentì gli occhi pesanti e le membra stanche.  

"Mi spiace, Luka", lei stava sussurando contro il suo collo, "Vorrei poterti aiutare di più in queste situazioni..."

"Ma tu mi aiuti, sei la luna!", l'ultima esclamazione fu pronunciata con la forza che gli rimaneva, tanto che Abby non fece in tempo a chiedere spiegazioni: quando lo guardò confusa, lui si era già addormentato. Lei sospirò, e gli si accoccolò contro, ascoltando il rumore del suo respiro. Quasi sicuramente lui non le avrebbe mai spiegato il significato della frase, ma non sarebbe stato un problema: l'importante era sapere che gli era utile, che poteva aiutarlo. E, dopotutto, essere paragonata alla luna, non era per niente male. 
 

Tags: character: abby lockhart, character: luka kovac, community: fanfic100_ita, fandom: er, one-shot, pairing: luby
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