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[ER] - Ritorno - Capitolo 13

Oggi, in TV hanno dato la puntata in cui Carter e Lucy vengono pugnalati. Ma non mi ricordavo che, poco prima, Luka doveva comunicare a due poveri bambini che i loro genitori erano morti. Ma mi ha sterminato quella scena!

Posso essere non modesta? Certo, siamo a casa mia. Sono orgogliosa di questo capitolo. Ero molto ispirata nello scriverlo. E mi dispiace che nella serie non abbiamo mai pensato ad una scena del genere...
Buona lettura. Manca l'epilogo e poi ci siamo.

 

13.

 

È il momento.

Il momento di cui ha avuto tanta paura, il momento che non lo lascia in pace nemmeno nel sonno.

 

***

Si sveglia di colpo, la fronte madida di sudore, il cuore impazzito.

Hey, tutto bene?”

Abby lo sta guardando preoccupata. È sulla soglia della porta della loro camera da letto, Joe tranquillamente addormentato tra le sue braccia.

Sì, sì...”, deglutisce, “un incubo, era solo un incubo”

***

 

Il momento del coraggio.

Un uomo, davanti al destino. Ultima resa dei conti, la definitiva.

Il sole batte sulla sua schiena. Il sole. Strano, non si sarebbe mai aspettato il sole in una giornata così. La pioggia, il freddo sarebbero stati più ovvi. Ma ancora una volta Vukovar è riuscita a confonderlo. Il sole, caldo sulle sue spalle ed il freddo atroce che lo invade.

Tiene lo sguardo fisso davanti a sé, vedendo finalmente la pietra grigia, lucida e curata.

Fiori colorati l’adornano.

Non si ferma nemmeno a pensare chi potrebbe averlo fatto, non vuole pensarci. Sarebbe come mettere un dito nella piaga delle sue mancanze. Ed a questo punto, è stufo e nauseato delle sue mancanze. A questo punto sente semplicemente la necessità di concentrarsi sulla pietra lucida e curata che ha di fronte.

Tre nomi, naturalmente.

Tre semplici nomi, due dei quali con lo stesso cognome, due dei quali dividono con lui qualcosa in più del semplice cognome.

Jasna Kovac, anni 4.

 

***

È una bambina!”

L’esserino sta piangendo, il viso rosso.

Come la chiamiamo?”

Jasna... Jasna Kovac”

***

 

Marko Kovac, mesi 18.

 

***

Oh, guarda quanti capelli neri”

Che bel maschietto”

Marko, come il nonno di Danijela”

Marko Kovac, mi piace”

***

 

Danijela Barac in Kovac.

 

***

Con il potere conferitomi io vi dichiaro marito e moglie. Lo sposo può baciare la sposa”

Luka si piega piano verso Danijela. Lei è bellissima, il semplice vestito bianco a sottolineare il fisico sottile.

Finché morte non li separi. Come se a ventun anni, durante il tuo matrimonio per di più, l’idea della morte possa sfiorarti.

Finché morte non vi separi, a ventun anni, sotto il sole caldo, con il rumore delle onde, ha il sapore dell’eternità.

***

 

Fredda lastra lucida. Anche quella ha il sapore dell’eternità, ma in un modo terribilmente diverso. Non era così che doveva andare.

Si inginocchia davanti al destino, gli occhi chiusi, la testa china. Il sole regala ai suoi capelli riflessi irreali, giocosi.

Nella mano sinistra stringe tre rose. I gambi gli fanno sudare il palmo, ma quasi non se ne accorge.

Sospira.

Appoggia i fiori sul terreno ricoperto di ghiaietta.

Ne afferra uno, un bocciolo di rosa di un rosso cupo, vellutato, simile a sangue coagulato.

Lo deposita sulla tomba.

Altro sospiro.

Il tempo. Ecco cosa gli è mancato. Non l’amore, la passione, la fiducia. Il tempo. E chi mai avrebbe potuto prevederlo. Ma sarebbe stato giusto prevederlo? Forse, chissà, avrebbero perso spontaneità, gli occhi sempre fissi all’orologio che li separava da quel momento atroce. Il tempo. Tic tac, tic tac.

Guarda ancora la rosa rossa. Il fiore preferito di Danijela. Quella che le ha portato simboleggia tutte quelle che avrebbe dovuto portarle in passato, quelle che avrebbero dovuto essere già lì su quella tomba. Quasi sedici anni ed un pensiero costante. Mancanze coniugali. Il marito, lui era un marito. Come ha potuto, come? Se le scuse fossero un oggetto, sarebbero di sicuro quella rosa di sangue coagulato. Danijela, per tutto quello che è stato, e per tutto quello che avrebbe potuto essere.

Piega ancora la mano, per raccogliere un altro fiore.

Rosa rosa stavolta, delicata e sensibile. Jasna. La sua principessa.

La vede chiaramente, il suo sorriso, i suoi occhi. Era – è, dannazione – la sua bambina. L’amore istintivo, eterno. Qualcosa che non si può spiegare. Sua figlia. Nella sua mente, ora bambina, le trecce lunghe e nere, ora adolescente, con una gonna troppo corta, ora donna, ora mamma. Mente che disegna immagini perfette, precise. Immagini destinate a frantumarsi sulla lastra fredda che ha di fronte. Jasna, ora e per sempre bambina di quattro anni, Jasna che non abbandonerà mai le sue bambole. Jasna che aspetterà per sempre la fatina del dentino. Jasna. Se l’essere donna di Jasna potesse avere forma sarebbe quella rosa dai petali leggeri e arricciati. Jasna, futura donna perfetta e bellissima. Jasna, immagine pura della femminilità.

Ultima rosa, ultimo gesto, ultimo momento.

Rosa bianca, ingenua. Marko, dallo sguardo puro.

Marko nel seggiolone a spalmarsi allegramente la pappa sul visino. Marko, così simile a lui (e non vuole nemmeno pensare a chi altri è tanto simile Marko, perché altrimenti ne impazzirebbe), Marko dai passi incerti. Ingenuo, allegro, divertente, il suo bambino. L’amore della mamma, più che del papà, ma pur sempre amato oltre ogni spiegazione razionale. Marko, e le chiacchierate che non verranno mai. Marko, ed i consigli che moriranno in gola, che nessuno mai ascolterà. Marko, fermo all’età perfetta di diciotto mesi, quando ancora non si sa cos’è il tempo. Marko, che ha smesso di vivere ancor prima di aver avuto a pieno la coscienza di essere vivo. Se qualcosa potesse rappresentare il rapporto adulto tra padre e figlio sarebbe quella rosa candida. Marko, Luka, e le cose che avrebbero potuto imparare l’uno dall’altro.

Sta piangendo, Luka, senza nemmeno rendersene conto. Perché quello è l’ostacolo principale, perché se sopravviverà poi non avrà più scuse, perché essere lì è come morire e poi rinascere. Perché essere lì vuol dire accettare, capire.

E lui lo capisce che è la fine, che è l’addio, che il suo futuro è oltre quelle vite.

Per sempre li amerà.

Per sempre penserà a loro.

Ma loro non lo annienteranno più. Ma Vukovar non lo torturerà più.

Si alza piano, rispettoso. Le rose risaltano, bellissime. Sembrano l’immagine di un sogno. Tutto accade per una ragione. Ora ne è davvero sicuro.

Guarda il cielo, di un azzurro pallido. È quasi il tramonto.

Guarda ancora la lapide. I nomi incisi sembrano sorridergli, comprensivi.

Anche lui accenna un sorriso, un sorriso vero.

Addio. Vi ho amato e ancora vi amo. E così sarà per sempre. Lo prometto”

Si gira e si allontana. Non c’è più tempo per i rimorsi e i rimpianti.

La luce è bellissima, quasi arancione e dolce.

La luce illumina Vukovar in modo incantato.

Luka si guarda intorno.

Vukovar non è mai stata tanto bella.

 

Tags: character: luka kovac, fandom: er, long fic, long fic: ritorno, pairing: luby, serial tv, serial tv: er
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