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[ER] - Ritorno - Capitolo 12

Robe sparse: domani devo andare ancora dal commercialista. Che stress. Almeno non è quello perso nei meandri di Albino. Già perché la società per cui lavoro (ed i tre artigiani che la costituiscono) si avvale di ben due studi di commercialisti. Con mia grande gioia.
Non ho ancora capito dove andrò in vacanza. Mi piacerebbe provare una di quelle vacanze pensate per noi anime sole, ma non vorrei finire in uno di quei villaggi in cui ti devi divertire ad ogni costo e tutto sembra finto. Suggerimenti, anyone? (come sempre, in questi casi, il mio sogno resta la Croazia, che è tanto tranquilla e rilassante...)
Tremo di schifo all'idea che nella meravigliosa Firenze ci siano quelli di Jersey Shore. Ma perché? Non li si può cacciare a casa? Proprio a Firenze, che è una delle cose più meravigliose al mondo... ah, a proposito: Tamarreide era necessaria? Non potevamo evitarcela?

Tornando a Ritorno: siamo quasi alla fine, oltre a questo ci sono ancora un paio di capitoli. Happy reading! (Happy...) Ah, probabilmente l'ospedale di Vukovar è l'unico ospedale al mondo in cui si viene curati e dimessi per una mano rotta in così poco tempo. Ma, come sempre, la storia è mia e si fa come dico io! (atteggiamento maturo)

 

12.

 

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Immobile. Tremante. Confuso.

Davanti a quel plexiglas lucido e pulito. Non può muoversi. Gli sembra un incubo. I contorni dell’edificio circondati dalla luce in un certo senso spettrale dell’alba. Ha paura. Resta fermo. Non può, non può. Il corpo sempre scosso dai tremiti.

Uuuhh, brutta ferita... forse dovresti entrare”

Il solito medico. La sua voce, come balsamo sulle sue ferite.

Sguardo allucinato.

Fidati. Non ti farò del male”

Il medico allunga la mano, dolce. Luka esita. Fiducia. Non è forse stata la fiducia di Danijela nei suoi confronti a farlo decidere per Vukovar? E adesso?

Due secondi passano. Due secondi, ma sono due secondi lunghissimi. Poi, Luka afferra la mano del medico come se fosse l’unica cosa da fare, come se da quel gesto dipendesse la sua vita.

Entrano. Luka guarda in basso. Si vergogna, ha paura e si sente anche uno sciocco. Che ci fa lì? Nel ruolo del paziente poi.

Tranquillo. Andrà tutto bene”

Stanza vuota e leggermente isolata. Silenzio. Luka si siede sul lettino senza smettere di tremare. La mente sempre più confusa.

 

***

Fa caldo. Ma anche freddo. Ormai, non ha più neanche la forza di chiedersi come sia possibile.

Le ginocchia gli fanno male. Sotto il sinistro ha un sasso appuntito che sta torturando la sua carne.

Colpi di pistola.

Grida.

Implorazioni disperate.

Ed i suoi tremiti.

Sta morendo, lo sa.

Finalmente.

***

 

C’è bisogno di una lastra”

Sguardo allarmato.

Tranquillo, userò un apparecchio portatile... non entrerà nessuno qui”

Il medico esce e rientra con il macchinario.

Si muove per la stanza tranquillo, lieve. Come per calmare Luka.

Ti darò un po’ di morfina, almeno il male lo domiamo”

Luka osserva la siringa con attenzione, gli occhi spalancati. Il liquido chiaro viene iniettato piano. Ne sente subito l’effetto. La testa è più leggera adesso, ma di una leggerezza piacevole, e la mano non si lamenta più. Si appoggia allo schienale del lettino quasi senza accorgersene e chiude gli occhi.

Sollievo.

 

***

Cos’hai stasera? Mi sembri nervoso...”

Io, niente, perché?” Mentre lo dice gli scivola il tovagliolo a terra. Si china a raccoglierlo.

Quando si rialza gli occhi blu di lei brillano di malizia. Lei sa. Per un attimo pensa di maledire il sesto senso femminile, ma poi rinuncia: come si può prendersela con qualcuno che ha quel sorriso e quelle labbra?

Danijela...”, un respiro profondo, “... vuoi sposarmi?”

Sì”, così, semplice, senza bisogno di fronzoli. Un po’ ovvio, ma favoloso.

***

 

Apre gli occhi di soprassalto, confuso.

Si guarda intorno.

Stanza bianca, ospedale.

 

***

Quanto ho dormito?”

Poco più di mezzora. Un’ambulanza sarà qui tra 10 minuti. Sparatoria tra baby gang.”

Grazie, Haleh”

Si alza scuotendo la testa, cercando di allontanare il sonno. Si stiracchia e sbadiglia. Sta davvero diventando vecchio per il turno di notte.

Dr Kovac...?”

***

 

Ti senti meglio?”

Sguardo fisso, sorriso amichevole.

La mano in un gesso bianco. Nessun dolore.

Ti ho lasciato dormire mentre ti medicavo… sembravi davvero esausto”

Il medico continua a parlare mentre sistema la stanza.

Via i guanti.

Cestino.

Va al lavandino. Apre il rubinetto per lavarsi le mani. Luka osserva la sua schiena incurvata in avanti e le spalle che si muovono su e giù.

Sai, dovrei essere stupito dal fatto che non dici una parola, ma mi sembra una cosa normalissima. Si vede che hai i tuoi motivi… questo però non significa che non hai il diritto di ricevere aiuto se ne hai bisogno. Allora…”

Si avvicina a lui, che non ha smesso di fissarlo. È più lucido adesso.

“… le dita erano fratturate, ho dovuto steccarle ed ingessarle. Niente di troppo grave, però. C’era un principio di infezione, ma ho pulito bene la ferita. La febbre è scesa, e ti ho fatto una flebo di fisiologica. La disidratazione non è esattamente un bene per l’organismo”

Luka è stupito. Si rende conto che quel medico è la persona che gli ha dedicato più attenzioni da quando è arrivato a Vukovar. Vorrebbe ringraziarlo in qualche modo, ma sente solo altre lacrime bagnarli le guance. Peggio di una stupida donnicciola.

Non preoccuparti… si sistemerà tutto. Te lo prometto. Ora purtroppo devo dimetterti. Ce la fai ad alzarti?”

Luka ci prova. Le ginocchia sono ancora deboli, ma lo sorreggono.

Bene, bene. Qui ci sono degli antidolorifici e degli antibiotici”, gli porge una busta.

Il gesso va tolto tra sei settimane. Posso togliertelo io… se sarai ancora qui…”

Sei settimane sembra un tempo lunghissimo. Sei settimane, quarantadue giorni. Come può sapere cosa succederà tra sei settimane?

Silenzio.

Porta.

Nessuno vede, nessuno ha visto. Passaggio lieve, muto. Come un fantasma. Da chiedersi se Luka sia mai esistito.

Buona fortuna, ragazzo. E riguardati”

Lui non si volta, ma lascia che le parole del medico gli entrino dentro.

Buona fortuna. Ne avrà davvero bisogno per dove sta andando.

Perché c’è solo un posto rimasto.

Perché è quello il motivo per cui è lì.

Vukovar, è la resa dei conti.

 

Tags: character: luka kovac, fandom: er, long fic, long fic: ritorno, my job, my life, my pov, pairing: luby
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